giovedì, gennaio 04, 2007

Dio Cane 2007

L’anno 2006 si è concluso con assurdi dibattiti su quanto fosse sbagliato uccidere Saddam Hussein e quanto fosse giusto uccidere Mussolini poco più di 60 anni fa. E Word per vendicarsi mi indica Mussolini come errore. Allora è stato ucciso veramente, dico io. È sufficiente che un capo di governo fantoccio, tale Al Maliki, anche lui tacciato come errore da Word, dica una baggianata per scatenare polemiche tra gli intellettuali di sinistra italiani. I quali dicono: ma no, noi lo abbiamo ucciso il Duce così, perché eravamo in guerra mentre Saddam è stato ucciso dopo un processo durato anni e anni come se fosse amore, dio cane. E ancora dio cane.

Del resto lo dico sempre a Dilna: certe cose nella vita bisogna saperle fare. E allora le insegno a pregare il Dio cane facendo il saluto romano. Perché in lui risiede la verità: nel Dio cane. Il Dio cane moltiplicò i gatti ma non i pesci, moltiplicò gli stolti e non gli intellettuali.

Il Dio cane ci preparò ad adattarci. Un tempo ci si adattava al clima, e la specie che sopravviveva era colei che riusciva ad evolversi. Ora bisogna adattarsi alle feste idiote, agli ambienti universitari, agli ambiti professionali. Il tutto per procreare o fare soldi per procreare. Joe Capresis, Makal Lakam, Mimmo Balestra, dove siete in questo amorevole anno 2007? Bisogna creare nuove regole, imporle, per costruire un nuovo ambiente e procreare tutti insieme.

Il Dio cane è vita. Buon anno. E come dice spesso il Dio cane a Dilna: "la vita è difficile solo se la fai essere difficile. E certe cose nella vita bisogna saperle fare".

A proposito di Saddam e Mussolini

Tra gli aneddoti di speranza e di delusione trova spazio anche la storia dell’autore di "Fischia il vento". Dietro alle parole del celebre motivo c’è il giovane Felice Cascione, uno studente di medicina nato a Imperia nel 1918 e venuto a Bologna per coltivare la sua passione per l’arte medica, per lo sport e per quella politica che poi l’assorbì fino alla morte.

Attivo antifascista sin dal 1940, Cascione, l’anno dopo la laurea conseguita nel 1943, si affianca alla madre nella guida delle manifestazioni popolari a Imperia per la caduta del fascismo. Una marcia per le strade che presto diventa lotta armata: dopo l’8 settembre, Cascione raccoglie infatti un piccolo numero di giovani e nella località di Magaletto Diano Castello anima la prima banda partigiana dell’Imperiese. Guida i suoi ad azioni vittoriose, ma lui, definito da Alessandro Natta "bello e vigoroso come un greco antico", non tralascia mai di prestare soccorso ai montanari delle valli da Albenga ad Ormea.

Una fedeltà alla professione così assoluta da condurlo all’errore. Durante la battaglia di Monterenzio i partigiani catturano un tenente e un milite della Brigate nere (M. Dogliotti). Un impaccio di cui la squadra si vorrebbe eliminare, ma che "U megu" - il dottore - vuole salvare, vedendo l’uomo sotto la divisa: "Ho studiato venti anni per salvare la vita di un uomo – dice Cascione - e ora voi volete che io permetta di uccidere? Teniamoli con noi e cerchiamo di fargli capire". Così i due fascisti seguono la banda in tutti i suoi spostamenti e Cascione divide con Dogliotti, il più malandato, le coperte, il rancio, le sigarette. C’è chi diffida, ma il medico replica a tutti che "non è colpa di Dogliotti, se non ha avuto una madre che l’abbia saputo educare alla libertà".
Passa circa un mese e il brigatista nero fugge. Pochi giorni dopo, Dogliotti guida alcune centinaia di nazifascisti verso le alture intorno ad Ormea, che sa occupate da unità garibaldine. All’alba la battaglia divampa dal versante di Nasino di Albenga. "U megu", con i suoi, tenta un colpo di mano per rifornirsi di munizioni. Il tentativo fallisce. Cascione, gravemente ferito, rifiuta ogni soccorso e tenta di coprire il ripiegamento dei suoi uomini. Ma due di loro non se la sentono di abbandonarlo e tornano indietro: Emiliano Mercati e Giuseppe Castellucci incappano nei fascisti. Mercati sfugge alla cattura, ma Castellucci, ferito, è selvaggiamente torturato perché dica dov’è il comandante. Cascione, quasi agonizzante, sente i lamenti del suo uomo seviziato, si solleva da terra e urla: "Il capo sono io!". Viene crivellato di colpi.

Per il coraggio dimostrato, a Felice Cascione fu conferita la medaglia d’oro alla memoria.