lunedì, gennaio 31, 2005

Invito a Willie Mays

stasera le francesi fanno festa di addio. Venite, sarà una festa di merda. Suonatori, rincoglioniti, sfasciacarrozze e carabinieri (forse viene anche Angelo Panebianco). Verso le 21-22, o le 21 e 22 minuti. Attenzione: il genere musicale sarà solo ed esclusivamente la pizzica. Magari avrete modo di conoscere compagne di sesso libero e sessantottino e sballarvi ballando musica house, ma questo solo dopo che la musica vera, quella che vi fa riscoprire il piacere del locale, lascerà democraticamente il campo. Vi aspetto
Johnny.Cloaca

domenica, gennaio 23, 2005

Vespaio Balestra

Caro Willie,
mi sento anch'io chiamato in causa dall'accorato appello del maestro Balestra - e no, non è affatto provocatorio definirlo così sebbene sia appena agli inizi della sua promettente carriera di cineasta.
Il suo disperato j'accuse non cadrà certamente nel vuoto, anzi avrà sicuramente forte risonanza nei luoghi che contano, visto soprattutto il pulpito che ha scelto per lanciarlo.
Noi tutti dobbiamo riflettere profondamente sulle sue parole, senza farci trarre in inganno dai molti riferimenti fortemente erotici di cui Balestra spesso si serve nelle sue sempre più rare esternazioni.
Sarà utile far conoscere ai lettori un aspetto nient’affatto aneddotico del lavoro quotidiano di questo grande regista-attore. Nella sua carriera parallela e meno nota (anche se altrettanto importante per la scena nazionale) di produttore, ha sempre avuto una via preferenziale per reclutare i giovani talenti, poi quasi tutti divenuti attori affermati, che dovevano dare voce e anima ai tormentati personaggi del nuovo cinema italiano; panorama che, è bene ricordarlo, mai si sarebbe sviluppato fino ad essere il fenomeno culturale che è oggi senza il fondamentale contributo, appunto, del Balestra produttore - da vecchi classici come “Bologna – la notte impazza” (e potrei scommettere che molti lettori alle prime armi, e dotati di peni non ancora all’altezza, non sapessero che dietro questo piccolo capolavoro ci fosse la mente di Balestra), fino al recente thriller (che tanto scandalo sta suscitando tra i benpensanti) “FastLife”, passando per i sempre gradevoli horror di inizio millennio come “In Irlanda? Che storia!” Ma sto divagando.
Dicevo, sin dai primissimi tempi la sua via preferenziale con i giovani attori era quella rettale, e fu proprio egli quindi ad aprire la strada, non senza dolori e qualche resistenza, a quella che è ormai una scelta obbligata nelle produzioni odierne.
Ha ragione Balestra a cercare di farci aprire gli occhi sul dramma personale che grava su ognuno di noi, registi del nuovo cinema italiano. Ci scava dentro costantemente, e seppur risulti utile contro le ostruzioni vascolari può condurci a dei fatali passi falsi. Probabilmente il miglior monito ci è stato dato dall’assistere impotenti alla tragica fine di Itù, scomparso durante la sua vana ricerca della vagina asciutta; un gesto di follia, certo; ma come si può passare sotto silenzio, nonostante la complicità della stampa di sinistra portatrice di terrore e morte, il fatto che uno sgamato come lui (come amava definirlo Robecchi) sia caduto mollemente come una cacchina precoce nelle facili argomentazioni di quella testa di cazzo di Panebianco? (i corsivi sono sempre del nostro Robecchi) Eh? Come si può, porco dio? Per questo dobbiamo conoscerci, dobbiamo essere noi stessi, senza indossare maschere o perizomi da atei, senza proiettare falsi ego contraffatti a bella posta, senza vergognarci di fronte ai nostri gravi problemi intestinali. Senza millantare peni giganti che sappiamo di non avere.
Illuminante a questo proposito un episodio, forse il più vero fra i tanti autobiografici, del capolavoro “Obiettivo HIV”: il protagonista che, riverso su se stesso nella penombra del sudicio colonnato della stazione centrale di Milano, soffertamene dice: “Vuoi sape’ che cazzo sto a’ffa’? Bbè, me sto a’ffa’ ‘na pompa co l’ingoio, cosìppoi me bbevo lo sperma e me pijo l’aiddiesse..”
Questo male, come un catarro cronico indotto dalla scarsità di cartafiltro, ci cresce dentro. È parte di noi. Lo ricordava anche, sempre puntale e graffiante, il profeta Pas-Connu nella tua intervista di qualche giorno fa, Willie: dobbiamo essere noi stessi per essere contro noi stessi.
Makal Lakam

Trovarti l'arte addosso

Ho conosciuto Mimmo Balestra sulla passeggiata di Nervi, mentre passeggiavo con colei che allora era la mia donzella.
Ho visto Mimmo Balestra sputare saette di verità a suoi coetanei, mentre saltava ubriaco da una barca all’altra nel porto di Camogli, e sì, nell’occasione, ha fatto sesso nei campi con la mia donzella. Il giorno dopo si svegliò alla stazione Centrale di Milano e dentro lo zaino trovò un piccione oramai defunto.
Ho amato “Mi rifugiai dentro un tuo silenzio” e vi chiedo, a noi cosa importano le origini dell’artista, quale significato ha per noi il ceto sociale d’appartenenza di Mimmo Balestra? Quando un inventore crea un’opera, presto incomincia ad odiarla. Conan Doyle disprezzò Sherlock Holmes. Spesso ci s’innamora proprio del celato masochismo dell’artista, e la vita disgraziata, rapida, è solennemente osannata. Magari anche Mimmo sacrificherebbe un po’ di sensibilità per poter gioire di limpida serenità.
Ma torniamo alla storia, gettiamo ai porci non delle succulente carrube bensì il sangue drogato dei giovani che vedranno il famoso cineasta come un padre. E già, perché i vostri figli incominceranno a recitare mnemonicamente battute dei suoi film, parleranno e agiranno ispirandosi a lui. Quanti di loro come sfondo del desktop non metteranno la celeberrima fotografia, scattata da Flavio Straniero, che ritrae Balestra mentre spompina sguaiatamente il maestro Itù? Alcuni famosi giornalisti, tra cui il solito Angelo Panebianco, parlarono di “antiestetico fotomontaggio ordito da terroristi ceceni”, criticando aspramente l’esposizione che dichiarava stima sincera e reciproca tra i due registi cinematografici.
Io non credo ai critici stupratori d’ingenuità, non andrò girovagando e lustrando il capo ai giornalisti incapaci di omettere il patetismo. Mi soffermerò piuttosto sulla ripetitività del caso, mi lancerò in trame sconnesse e deboli. Senza che alcuna semiotica venga a disturbare l’ennesima volta in cui appoggiato al bancone di un pub intravedrò “Nel nome di Kis-Kis” su Rete 4. Forse la scollatura sfoggiata dalla barista, oltremodo coadiuvata dal Natural Bra, dovrà farmi cambiare opinione? Tu cosa ne dici, Mimmo?
Conosco la tua risposta, e ancora una volta non ci troveremo d’accordo. Perché io non devo “trovarti l’arte addosso” semmai potrei aiutarti a liberartene.

Dichiarazione di qualunquismo

AUTO-DENUNCIA DI UN’ EFFETTIVA INCAPACITA’ ARTISTICA DI MIMMOBALESTRA

AVVERTENZA:nonostante questo sfogo letterario/letterato/letto sarà firmato williemays, il vero autore è in realtà il suddetto MimmoBalestra, già noto ai più per le sue opere di successo ma di scarso valore artistiso

Caro williemays,
belin, non so se ho diritto di entrare nel tuo spazio pubblico e mi spiace dover ricorrere a bassezze di questo tipo, ho pagato un hacker per avere la tua password, ma avevo bisogno di comunicare con te senza incontrarti di persona, c’è un motivo… il problema è che… che mi vergogno.
Mi vergogno di portare a spasso il mio viso al di fuori di queste mura, mi vergogno di farlo incontrare a quello di vecchi amici… non posso assolutamente immaginare di mettere il mio viso di fronte al tuo.
I nostri volti e i nostri occhi ci hanno visto evolverci e assecondare le nostre cosiddette doti artistiche, le tue di grande letterato, scrutatore della contemporaneità e le mie, così dicono, di cineasta…, insieme ci siamo incamminati lungo questa strada così difficile da percorrere e tutte le volte che ci è capitato di inciampare e cadere a terra di fronte alle critiche di chi non ci capiva, di chi non ci voleva capire, nessuno dei due ha mai titubato sul da farsi… eravamo sempre pronti a fermarci per tendere la mano, rialzarsi e continuare, fregandocene del resto… ma ora tutto è diverso belin, veramente.
Oggi, come tu ben sai le mie opere hanno grande successo, ricevo richieste di partecipazione a eventi culturali, mostre, manifestazioni Londra, Parigi, New York, Camogli… insomma ho cominciato a frequentare quegli ambienti di cui io e te abbiamo tanto riso, sciarpe di cachemire, gemelli d’oro, scarpe col tacco d’oro e, belin, quant’altro…
Ed è proprio grazie a queste mie frequentazioni che i miei film continuano a guadagnare consensi, anche tra chi inizialmente aveva storto il naso di fronte alla famosa difficoltà interpretativa che caratterizzerebbe i miei lavori e di cui tanto scrivono i critici… il problema è che nella mia arte non c’è nessun contenuto, e tutto il tempo speso a scervellarsi per cercare di capire quale messaggio le mie opere volessero veicolare, era tutto tempo buttato.
Parliamo ad esempio di Obbiettivo HIV, adesso sta subendo una rianalisi da parte dei media e quelli del ministero dell’istruzione vogliono farlo vedere nelle scuole medie, ma quel film sarà quel che sta diventando solamente grazie ad un forte impegno promozionale, una spinta mediatica dovuta non a meriti artistici riconosciuti bensì ad uno squallido giro di favoritismi e raccomandazioni, amici di famiglia pronti a mettere parole giuste nelle orecchie giuste, alimentando una rete di conoscenze che in questo modo si auto-conserva e mantiene il potere di decidere cosa è oggi arte e cosa non lo è; gente che impugna lo scettro della fama e illumina di celebrità solo chi già è all’interno di questa piccola elite di facilitati e di facilisti.
Non credo che questo fenomeno sarebbe un problema se soltanto si limitasse a calciatori o soubrette da sabato sera… ma se penso che le mie produzioni adesso stanno togliendo spazio a chi realmente fa dell’arte e non ha i mezzi per trasmettere il suo messaggio, se penso a centinaia di opere che rimangono nell’oblio delle teste di chi le ha partorite, se penso a queste cose non posso fare a meno di odiarmi. Io odio.
Dentro di me c’è un male che non si può sradicare, non c’è operazione chirurgica o visita psichiatrica che possa cancellare le mie radici alto-borghesi… vorrei aver affrontato un’infanzia di stenti e privazioni, per poter dire di aver combattuto, per poter dire con accento bolognese “mo guarda che bel self-made man”.
E invece caro amico, eccomi qui, circondato da cd e polvere, inviti di discoteche che non sono altro che cartafiltro, libri letti e libri da leggere, libri da studiare, tappi di sughero e tappi di metallo con le rispettive bottiglie vuote… una bottiglia di whiskey da finire e una di rum ancora da aprire… per un po’ potrò non uscire di casa… il resto è solo il ronzio della ventola del computer… affogo nel mio senso di colpa mandandoti questo messaggio che non vuole però nascondere un cenno di speranza, un ultimo debole grido rivolto a williemays il grande delineatore dell’oggi, fotografo di questa odiosa post-modernità:

TROVAMI DELL’ARTE ADDOSSO WILLIE, TROVAMI DELL’ARTE ADDOSSO.

sabato, gennaio 22, 2005

I MONOTONI

I monotoni.
Li sto ascoltando proprio in questo momento: I Monotoni. I critici ci si accaniranno, il popolo li canticchierà, vergognandosene potrebbe essere, ma così tramandando le loro canzoni ai posteri. Gli amanti dell’etnico li derideranno, sbeffeggeranno la loro arte definendola schiava di una cultura conformista benpensante. Gli avvoltoi li deprederanno e li lasceranno sanguinanti in una clinica psichiatrica oramai privati di qualsivoglia dignità.
Quale critico non avrebbe voluto riconoscere l’estro di Van Gogh prima che questo ultimo si bruciasse rapidamente lasciando la comprensione delle sue opere alle generazioni future? Stiamo parlando di un nuovo Van Gogh, di un ennesimo Basquiat? No, perché in questo caso sono in due: I monotoni.
Ogni parola calza corretta all’interno della metrica, ogni espressione superflua gioca un ruolo chiave. Monotonìa o Monotònia? Mònotonia forse, poco importa. La monotonia diventa genialità nelle undici canzoni incise dal duo che si prospetta come il più creativo nella scena artistica italiana dopo la scomparsa di Itù. Come sempre il pubblico mondiale, e in speciale modo l’auditorio italiano, non sarà sensibile al “fenomeno monotonia”, ma Willie Mays e “la sua banda di ciarlatani” (così ci ha denominato Angelo Panebianco in uno dei suoi celebri editoriali sul Corriere della Sera) conoscono i precursori di una nuova corrente artistica, magari rozza, indisciplinata forse.
Loro sanno quale è la strada. Noi forse possiamo non fidarci di loro, ma dobbiamo in ogni modo ascoltarli. Consiglio vivamente l’approccio ad “Un’altra volta” dei Monotoni e, mi spiace, non me ne vergogno.

giovedì, gennaio 13, 2005

Federico Pas-Connu, senza peli dalle parti dell'addome.

Cari e numerosi amici, è Willie Mays che vi parla. Sono stato lontano, non ho potuto tenervi aggiornati per un lungo periodo. Mi sono lasciato catturare dalla paura delle scelte sbagliate, sono penetrato in un circolo vizioso di mancanza di auto-stima, terrore dell’errore e conseguente aumento della mancanza di auto-stima. Ma eccomi nuovamente, in prima linea, nonostante la figura reale di Itù sembri oramai perduta eternamente e ciò che ci resta sono solo immagini allo stesso tempo sfocate e vivide.
Vi propongo un intervista a Federico Pas-connu, cantautore di padre francese e madre trevigiana, celebre al grande pubblico per il suo ultimo album “Mi invaghivo di qualsiasi meretrice” ma da noi amato soprattutto per “In fondo, la prima porta a sinistra” composto dopo la caduta del Muro di Berlino e per “Viale Zara, 115”.


WM: “Difendere la proprietà privata? Chavez dice: “La terra a chi la lavora realmente”. Come dargli torto? E le fabbriche agli operai?”
FPC: “Ecco, io sarei d’accordo. Sì, lo dico sinceramente, mi ritrovo appieno in tale affermazione. E che c.., come non dire ciò. Ecco, io sto recentemente lavorando in un progetto prodotto dalla televisione nazionale peruviana. Contro chi? Contro prima di tutto noi stessi, contro chi non vuole che i nostri sogni si rivelino l’unica strada possibile”
WM: “Ma, a volte, mi sorge il dubbio. Posso farti partecipe di ciò che mi rende perplesso?”
FPC: “Sicuramente”
WM: “è molto gentile, apprezzo la disponibilità. Spesso gli uomini famosi, magari anche se solo in un settore cosiddetto di nicchia, tendono a chiudersi nel proprio guscio, Cristo, si costruiscono un castello dopo aver già scavato il fosso intorno e lasciato che gli alligatori prendessero possesso delle acque. Come ti definisci?”
FPC: “Prima di tutto onirico. Il mio modo di pormi di fronte all’esistenza, e da qui la scelta del dialetto, della vita reale, di ciò che effettivamente ci circonda, è tale. Onirico. Ermetico forse, ma mai di puro edonismo. Sempre gioviale, bizzarro anche, senza vie di mezzo, fantomatico.”
WM: “Le tue opere partono prima di tutto da un’insoddisfazione profonda. È secondo te possibile riuscire a colmare il vuoto creato dall’incongruenza esistente tra i valori dominanti in questa società e i principi che guidano il tuo pensiero politico-culturale?”
FPC: “Ha detto giustamente lei: la terra a chi la lavora realmente. Ha mai pensato ad una società priva di proprietà privata? Io ci ho pensato”
WM: “D’accordo, ma potrebbe essere realmente fattibile? O forse sarebbe necessaria innanzitutto una fase di transizione nella quale magari si cercasse di stabilire delle regole, delle leggi, che combattano l’iniqua distribuzione di risorse?”
FPC: “Già, ma i lavoratori non desidererebbero forse una scelta concreta? Senza compromessi. Ecco, nelle mie creazioni dico: -no ai compromessi-. No a noi stessi, no ai discorsi da autobus, sì alle prese di posizione.”
WM: “Prossimi progetti?”
FPC: “Dovrei partecipare, me lo danno per certo, ad una compilation tributo agli Zwerepé famoso gruppo giapponese. Ho scritto un pezzo: “Non ti lasceremo mai (Zwerepé)” con una giovane donna conosciuta a Tokyo.”
WM: “Come mai la scelta del giapponese? Non credi che tale scelta potrebbe farti perdere sostenitori, oltre ad essere un prodotto poco commerciabile?”
FPC: “I miei produttori dicono che io stia facendo una caz…, ma Dio, io sono me stesso, io voglio essere me stesso altrimenti non potrei essere contro me stesso ma contro un qualsiasi cantante da classifica. Mi prendo il rischio. Mi dicono: -stramaledetto ragazzo, tu scherzi con il fuoco- E io rispondo: -apprezzo lo sforzo, apprezzo lo sforzo, ma quando i vostri lavori si mostreranno effettivamente per ciò che sono, cari i miei ipocriti, vi farò apprezzare anche qualcosa d’altro-

Bene, ecco a voi Federico Pas-connu, un cantautore che non si vergogna di dire ciò che pensa e non ha problemi a credere in ciò di cui si vergogna. Le sue opere avranno il successo che meritano? Probabilmente no. Ma a noi piace ricordarlo così.