giovedì, dicembre 29, 2005
Rassegna Cinematografica dal Kataweran
Svastiche A Colazione di J.T. Geitì con F.Parruc e J.Monaduz
Opera matura dell'artista Vasaro, tratta dell'antico dilemma umano della provenienza dell'uovo sodo e del suo fine astrale sulle tartine al salmone. Il protagonista, Sgarru(F.Parruc), si trova a fronteggiare un trasloco con solo pochi euro in tasca per offrire una cioccolata alla cannella a tutta la squadra traslochi. Riverbera in tutte le immagini la profonda crisi di valori in atto nel Vasar e la bronchite del regista che si esprime quando, durante alcune scene particolarmente toccanti, si sente tossire in sottofondo. Tutto muta repentinamente quando Sgarru incontra Alina(J.Monaduz), ragazza di buona famiglia trasferitasi in loco per studiare il Birmano. Tra i due nasce un tenero amore che viene rovinato quando lei decide di fare uno shampoo al televisore senza bigodini, chiara metafora dell'ostilità del regista verso il governo attuale, colpevole di aver varato una riforma sulla pettinatura dei tacchini da batteria. Magistrale la scena finale quando lui si suicida versandosi il caffé in bocca direttamente dal suo gomito.
Sordello Può Anche Dormire di Nocino Edeloni con F.P.Mastrandreavic e A.Parresini
Regista giovane, di chiare origini italiane, ha voluto creare un nuovo tipo di cinema d'avanguardia. Riesce infatti a veicolare messaggi ed immagini tramite i menù a prezzo fisso della trattoria a fianco. Il film si apre, quasi come un aperitivo, sulla maestosità di Breznecic, capitale di Flobupizl, coperta dalla neve leggera che cade sul capo chino di Marla(F.P.Mastrandreavic), eroina del nuovo secolo e del film in questione. La sua triste storia si dipana all'interno del dramma quotidiano di un paese allo sbando, fra il consommé e l'aggiotaggio selvaggio. Marla è costretta a mantenere la sua famiglia col suo unico impiego di asciugatrice di renne. Il padre, un vecchio ex-minatore alla cava di stucco, alcolizzato e spendaccione ha la trista caratteristica di essere morto da parecchio tempo, in posa plastica tratta da holiday on ice mentre viene compiuto un doppio axel, cosa che ha reso piuttosto dispendiosa la sua sepoltura. I suoi fratelli affamati e le sue sorelle infreddolite hanno i tipici tratti di chi non esiste, essendo Marla figlia unica, perciò non stupisce la scena in cui, dopo aver percepito un congruo stipendio, si lancia nel lusso più sfrenato facendosi lucidare gli alluci da un nano uzbeco di nome Ashtan(A.Parresini). Tra i due nasce l'amore ma entrambi sono a conoscenza del fatto che il loro sentimento è osteggiato dalla diversità sociale che li separa. Lei non se ne fa un problema, in quanto l'amore è troppo forte e vince su tutto e, in un passaggio particolarmente drammatico, si fidanza con un miliardario e fugge a Montecarlo. Scena finale in cui Ashtan viene investito da un Risciò a pile.
Il Tapparellista Sgatarrewano di Flatulenz deCecchis con C.Z.Azzaro e S.Filoche
Film sentimentale di una delicatezza che dovrebbe fungere da paradigma per la cinematografia rosa del mondo intiero. Tratta di una giovane coppia, lui Maritain, impersonato dallo splendido C.Z. Azzaro, lei Filietta, interpretata magistralmente da una Sbarrett Filoche nella sua forma migliore, che si trova a fronteggiare la folle avventura del quotidiano, fra mutui e gelosie. Dopo essersi conosciuti romanticamente alla fiera del copertone per autobus ed essersi scambiati effusioni fra il differenziale di un Tir, i due decidono di sposarsi secondo il rito Egelo, della religione dello Sgatarrewan. La vita coniugale procede fra alti e bassi, sviluppando nei due una certa sessualità morbosa, quando cercano di far partecipare un assicuratore tedesco ad uno dei loro amplessi. Catalogando le verdure in forma anale i due scoprono una forte compatibilità rettale che li porterà ben presto a barricarsi in casa annusando deodoranti alla frutta. Ma la fortuna avversa è dietro l'angolo e forte è lo sdilinquo di lui quando scopre che la sua sposa è in realtà il casello autostradale di Modena Sud e tenta di farla finita partecipando alla prima di Pinocchio musicato dai Pooh. Fallisce nel tentativo non trovando un posto in galleria neanche a pagarlo e, purificato dal dolore decide di dedicarsi esclusivamente alla Mazurka. Il film chiude con un campo lungo di lui che sodomizza un'ocarina.
Fregola Tostata di Pannocchio Pennerizic
Film-documentario sulla musica popolare dell'area del Kataweran. La prima parte fa un'ampia carrellata delle bande musicali e dei gruppi che promuovono la musica popolare e dei festival che ne accolgono le allegre melodie. Fra interviste e analisi del sangue il regista riesce a mettere in evidenza quanto la musica katawerina sia significativa per il sorbetto al melone fra il secondo e il contorno. La seconda parte del documentario mostra per intero, lo svolgimento dell'importante festival\raduno di Muzzabakar, sul monte Edelmunt che si tiene a Febbraio nel mese di Novembre fra Aprile e Gennaio. Volti, musiche, voci e anche odori, fanno da cornice ad uno degli eventi più caratteristici del Kataweran intero, con giochi, balli e stime catastali che creano la tipica atmosfera di gente che si diverte soffiando dentro un bicchiere di porcellana comprato in un antiquario del centro di Monza con 3,5 euro, avendo per resto 27 centesimi. Del resto, chi di noi non si è mai sentito così almeno una volta nella vita? Boh è la risposta che si sente di dare il regista nella sequenza finale in cui la telecamera gli cade nel water e le immagini glissano in un crescendo di bestemmie in puro katawerino.
Deontologia Della Masturbazione Aviaria di Trebelic Fiodor Avunculis con R.Chiaverron
Pellicola d'avanguardia, spesso oscura e indecifrabile, anche per i più esperti cinemologi. Il film esordisce con 20 minuti di inquadratura dell'omblico del regista che ad un tratto si accorge di aver tenuto la cinepresa al contrario per tutto il tempo. Finisce così il primo tempo. Il secondo tempo, per le successive 7 ore di proiezione, è un insieme eterogeneo di immagini della zia del regista intenta alla depilazione della sua carpa da passeggio con un fiammifero. Negli ultimi 10 minuti di film il protagonista Ranzan (Rupert Chiaverron) si innamora dei suoi calzini annodandoseli alle orecchie e promettendo loro amore eterno. Il film si chiude sulle Ande orientali con Avunculis ripreso mentre viene picchiato da 2 Sherpa del luogo per pochi spiccioli. Un film sperimentale che sicuramente aprirà un nuovo filone cinematografico, una pellicola coraggiosa, in parte di denuncia verso il rincaro dei solarium in centro e in parte amalgama di sugo al pomodoro e vernice ocra-amaranto. Da non perdere soprattutto se amate le quaglie col vin santo.
Si ringraziano le Aliane Edizioni sez. Cinema per la cortese concessione
giovedì, ottobre 20, 2005
I got my mind made up.
Jack: “Hey man, what’s wrong with you, what the f…"
Ronald: “I really got a problem”
Jack: “What the fuck is wrong with you, boy?”
Ronald: “You see that? Dont’ya?...This is my muthaphukin’ disc reader, disc writer. And this fuckin’ reader - writer asshole just doesn’t want to open. He doesn’t open anymore. He’s fucked. And you, little muthafuckin’ asshole, little fuckin’ employee of the United States of Asus, little bitch of The Global Service Member of the magnificent United States of Asus, has to show me why my fuckin’ disc reader – writer cocksucker doesn’t fuckin’ open anymore! And you better show it to me fast if you don’t want your asshole fucked by my mothafuckin’ gun, till the trigger is going click!"
Jack: “Do you know Althusser?”
Ronald: “Althus…what”
Jack: “Althusser. Do you know Althusser, a muthafuckin’ marxist, Ronnie”
Ronald: “No, I Don’t know him and I don’t give a fuck. I just want you to set me up my muthafuckin’ disc writer”
Jack: “Althusser, Ronnie”
Ronald: “You see, Jack, I’m just a fucking mini co co of the fucking Mel Bookstore library, man and I don’t give a fuck about who you are and who the fuck is this, this fucking’ Althusser cock sucker. Is that a software?”
Jack: “I see. You see, when I was a child I remember my father used to tell me: Every man has the balls to make a children, but a real man has to grow him. And, what the fuck, I was so confused. But now that I read Althusser my mind is ok. You know what I mean? O fuckin’ K. I used to read Popper, Lorenz, and other bullshit like this. But now I read Althusser and every fucking things seems simple. I know what is the left and I know what is not. Don’t ya see? I got the masterplan, man. And I must thank you, Ronnie, because you, a fucking’ mini co co has stolen this fucking Althusser’s book. Not a professor cock sucker, not an intellectual piece of shit. You, man, has stolen this book. It is because of you that I got the knowledge. And I really want to thank you.”
Ronald: “Oh man, I’m so sorry. I was just a little bit afraid. Forgive me, Jack, I love ya”
Jack: “I love you too, Ronnie guy”.
Tratto da “I got my mind made up” di Stan Micheally, Mimmo Balestra e Margiz Ferriskami. Il dialogo si svolge tra Ronald, studente universitario Mini Co.Co., e Jack, call center della ditta Asus improvvisatosi tecnico informatico, al quale Ronald chiede aiuto poiché la porta cd del suo computer non si apre. Fa parte del primo dei tre medio - metraggi, quello del giovane astro nascente Stan Micheally , che partecipa all’esperimento condotto dai tre registi: un film che accomuna speranze, profumi, culture.
Il film è un viaggio nei reconditi meandri intrisi di rosso porpora, gocce di ginepro, lastre di ceramica; è un percorso che conduce lo spettatore alla masturbazione intellettuale; pare un brusio di tram: in realtà si manifesterà come uno stridio di cingolati. Tre storie in un’unica anima candida di squallidi periodi grammaticali spiaccicati come insetti da fortunatissimi audiovisivi: che hanno studiato, ahimé, bisogna riconoscerlo.
“Gente perbene, mi rivolgo a voi; miei abili avvocati, aiutateci; professore di altri tempi, sia buono: non abbiamo fatto niente di male.” Sghignazza Mimmo Balestra, più loquace e ubriaco del solito, durante la conferenza stampa. E quando siamo andati a domandare a Margiz Ferriskami che cosa avrebbero fatto di male i tre autori di “I got my mind made up” lei sembra concludere il discorso del maestro genovese: “Nulla. Tranne l’aver ricercato, senza false trame, la sublime quotidianità che possa permetterci di andare a fondo a proposito dell’esistenza di Ouìlì e Wolof e ci accompagni all’unione spirituale con la Sacra Vache.”
Io non intendo immaginare come reagiranno le flotte di audiovisivi, sparse nel mondo come carri armati del Risiko, all’incontro con il capolavoro firmato dai tre simboli di un genio effervescente e paranoico, metodico e subliminale, sporadico ma spirituale.
Willie Mays
venerdì, settembre 23, 2005
MELANOMA ovvero SIEGFRIED E' UN CRETINO
[...]
E stette fiutando l'aere che, già della Gennarica frescura, gli lambiva i polpacci e mordeva di fredda morsa l'apice dei suoi auricoli già algidi di lungo tempo. Scorgendo sull'altura della petrosa rupe un'opercolo, domandossi quale che fosse l'estremo difensonre della Sambenedettese, sine replica ottenere e cupo nello sconcerto e nel limbico dubbio stette. Ancor l'astro di lassù non si era levato, ma già la fatal immago del tranquillo mare coricavasi nel freddo giaciglio montano, ove solo l'occhio supremo la può raggiugnere. "Che forse in tal frangente io abbia a compiacermi delle mie ragadi o che possa io sostener lo sguardo di colei che da tempo immemore regge la mia anima, il mio cuore e a cui intestai il mio numero di fax?"pensò Antono. Percorse i cubiti che il separavan dalla sua agognata meta con le bocce e, palesandosi a lei in tutto il suo viril fulgore, la guardò come solo il cuore di chi ama o di chi soffre di un numero ingente di diottrìe, può permettere a sé. "O mia nutrice di sospiri, dispensatrice di batticuore, levati che io possa mirar il tuo solare viso, la tua candida innocenza et le tue procaci puppe dai grossi e turgidi capezzoloni..."esclamò senza risposta sortire. Tacque il cielo attorno a loro. Sconcerto pervase il prode cavalier che, venendosene da plurime quanto insoverchiabili fatiche, sentiva un incipiente orbitare dei suoi virili attributi. "Che forse la mia fortitudine, il mio onore et virtute non sono bastevoli per una pulzella qual voi siete?" rincalzò il paladino con un moto centrifugo dei suoi lombi, vistosamente ingrossandi. "Che devo forse persuadervi oltre, dopo aver affrontato tali e tante perizie per conquistar la vostra preziosa trilate, di pitagorica teoresi e tutta cosparsa di morbido e nero villo?" Ancora il fatal risuono della ghermitrice suprema permeò la loro distanza col suo rombante silenzio, eccezion fatta per un vago sentor d'elica prodotto dagli ammenicoli dell'eroe che forti roteavano nell'immensità dei suoi calzoni. E si mosse per carpire la di lei mano e farla sua con forte volontate, almeno per una rapida qual fugace soddisfazione a riparo del tempo impiegato. Un momento e poi, la sorpresa lo colse nel constatar che la sua speme delusa stava bruciandogli il già sconquassato scroto. La sua bella era, nei fatti, un volgare foriere di trasformatori! Ed egli rimase attonito e muto nei seguenti termini "Che mai sorte io danno ti arrecassi, acché tu tale sventura producessi nei miei vissuti. Di tanto periglio mi feci beffa e nulla poté piegare il mio coraggio, eccezion fatta per quel travestito su via Saragozza, ed ora la moneta con cui sono oblato, altro non è che la beffa di un sarcastico riscontro alla realtà ancor più sardonica che mala volge a me i suoi occhi carichi di malevolenza! Suide sia la meritrice che con tanta baldanza fa commercio del suo non più giovane e tonico corpo a soldati di ventura che già hanno tradito il loro signore, si dedichi a pratiche turpi e contro natura chi si prese l'ardire di giocarmi tanto tiro, maledetto sia il batacchio mediante cui minzione è fatta aspergendo i più deserti campi a passo tardo et lento con scrollata finale e maledetta sia la penuria di danaro e cibo presso le popolazioni delle pianure, porcaccia puttanaccia" diss'egli e così si dipartì fra gli improperi. "Possa il mio cuor d'ora innanzi, farsi carico solamente della piallatura" e immoto nel suo duolo, stette.
(Aliane Edizioni, 2003)
martedì, settembre 13, 2005
ECLISSI DI SE'
Il saggio indica la luna mentre lo stolto guarda solo il dito...ma esiste una terza variante che trovo senza dubbio molto più pregnante e adatta all'uomo contemporaneo immerso nella Lebenswelt a sei cilindri e con una Weltanschauung a trazione anteriore. La soluzione mi è stata ispirata da una mia collega che insegna Mersenne il Trombettista all'università del Penchioristann, il cane Dilna. In effetti nessuno ancora è riuscito a centrare il punto nevralgico della cefalea cosmica universale teorizzata già nel 1925 dal prof Cadmio Cesterei, quando avvicinò la scienza medica al gelato semifreddo all'asfalto. Il cane, dicevo dunque, annusa il dito. Ecco il perno su cui si ruota la materia suddetta, non più un semplice sguardo univoco, ma un'interazione plenaria fra il discente e il dittatore, quasi a significare una nuova personificazione del vuoto pelagico instruente e un sipario di peli perifrastrici obnubilati nel pleonasmo tatarangometrico. Di contro solo una visione bidimensionale della "vita nel mondo" può ridurre un'interazione umana quale quella dell'indicare qualcosa di tondo e luminoso, ad una semplice scelta di campo, a meno che non si parli del semaforo rosso, ed è l'atto di annusare che ci permette di entrare nel mondo da uomini-che-vivono e non soggetti all'aumento ISTAT. Faccio rimando per la sovraccitata teoria al mio imminente lavoro "pulci e zecche come interpretazione maieuticamente cosmica". Ciò fatto vi saluto
Joe Capresis
domenica, luglio 10, 2005
AL QAEDA DEADLINE AIR
Scritto e diretto da Makal Lakam, con Giuietta Lakam e Robert Kasdarère.
In vividi abbracci,
incontro la pura,
e sento, inconsapevole,
del gioco, l’abiura.
Così si presenta a noi il nuovo capolavoro di Makal Lakam. Un versetto, sospirato, quasi incantato dalle sue stesse parole, aspira alla nostra purificazione. Noi che non siamo anestetizzati nel ruolo di cani guardiani dell’idea: l’autore, infatti, auspica ad uno scalpitio, ad un fremere o un battito; egli ci conduce saltellando puerilmente e masticando un immenso dolce colorato.
“Il protagonista, Karl, è un ricco fabbricante d’armi destinato in pochi giorni a vedere travolta la propria realtà quotidiana” questo è ciò che melanconico dice alla propria famiglia Albert, mentre il presidente della Repubblica Francese, Jaques Chirac, dichiara alla nazione: “Oggi ci sentiamo, un po’ tutti, chi più chi meno, imperiesi”. Pochi istanti prima un aereo precipitava su Piazza Dante ed un altro riduceva in polvere il Duomo di Porto Maurizio, luoghi nevralgici dell’economia e del culto cattolico imperiese.
Ma non è questo che a noi importa, ciò che colpisce è il soave movimento di camera, il brulicare ingenuo di giovani destinati al suicidio intellettuale. E’ descritta, in tutta sincerità, la verità sublime creata dalla società neo – consumista – integralista. Lakam ha ipotizzato una perversione legata al mercato delle vacanze: un magnate tailandese, che crea una nuova compagnia aerea, la Al Qaeda Deadline Air, fugge dal genio del regista e si propone alla nostra atroce sensibilità sanguinaria. “Viaggia con il terrore!” scandisce un impiegato con contratto a collaborazione, mentre pubblicizza l’azienda.
Vite sospese in aria, grida misericordiose di fanciulle stregate dalla morte, gesti impervi in onore della follia, un idillio di lacrime gelate dall’indifferenza. Il mio stesso sospiro è ormai cenere
Jenny Senticela.
mercoledì, giugno 15, 2005
LA FENICE AFASICA
* * *
Scena: l'interno di un salotto di fine ottocento francese, finemente arredato pagato con comode rate mensili e agevolazioni governative. Al centro alcune sedie, accanto al caminetto acceso e scoppiettante che riscalda l'atmosfera.
Guarnod entra a grandi passi, trafelato nei modi, si asciuga il sudore dalla fronte. Rimane in piedi, immerso nei suoi pensieri a proposito del mondo e della consistenza dei posticci tricologici, poi si lascia cadere stancamente sulla sedia.
Guarnod: ohimé, qual duolo, ahimé quale piaga mi attanaglia moderatamente lo spirito e il corpo tutto...quasi come una amena stagione nell'incedere della sua fine, sì insomma quasi un autunno...(guardando in alto)l'autunno del nostro scontento...
entra trascinandosi lentamente Perigord, recando con se una grossa gerla di detriti e masserizie
Perigord (rivolto a Guarnod): e così, perì...
Guarnod (tristemente, senza rivolgere lo sguardo a Perigord): senza nemmeno dirci addio o elargirci raccomandazioni divine...deh che struggimento...
Perigord lo interrompe lanciandogli contro una copia, mancante alcune pagine, dell'ultimo Reader's Digest
Perigord: possa la sua anima starsene beata o almeno trovare un buon impiego fisso...rammento che anni fa mi trovai in una situazione affine...
Guarnod: (girandosi di scatto verso di lui, tanto da macchiarlo di crema di mais)che mai ti accadde, o compagno di battaglie perse?
Perigord: andavo giusto ad illustrartelo, prima che tu mi interrompessi...(gesto ampio)anni or sono, sulla via per Costantinopoli, fui aggredito da alcuni banditi inneggianti la marsigliese suonata con cucchiai rubati all'hotel Hilton di Reggio Emilia. Tale fu il terrore che mi assalì in quel frangente, che disperavo riveder nuovamente i miei cari e le mie terre...ricordo, come se fosse stato alcuni anni fa, che il loro capo, che si faceva chiamare "lo sciancato" perché amava la marmellata di ciliegia, mi apostrofò dandomi del ricco signore e dell'alce che vince a domino una slitta per criceti...
Guranod: (interrompendolo con in mano un mappamondo in cui l'America è chiamata "Vespuccia")comprendo appieno, fratello mio, il tuo stato d'animo, oggi come allora...ma sappi che Elise non ti ama, lei è innamorata del passamontagna di Plicoud l'impassibile...
Perigord:(risata isterica)amico mio, credi forse che io ignori queste atroci verità?pensi forse che non abbia chi, di cotante dicerie, non faccia suo compito di venirmele a dire? ma a fare traffico di letti non mi metto di certo, sarà il pollaio di Plicoud a parlare per lui...
Guarnod: (guardando nel vuoto)speravo che nel mio cappuccino ci fosse più cannella, speravo in un mondo migliore o almeno che Elise non si rivelasse falsa o iscritta a un club amici di Topolino!Sapevi che Marcelle, figlia di Elise, ha in realtà comprato un'auto usata da un rivenditore polacco?
Perigord: (visibilmente sconvolto) calunnie! le prime due sillabe del nome del rivenditore, se lette al contrario, sono uguali al testo di "torna a surriento", canzone che aveva vinto il premio "malattie ganglio-linfatiche abruzzesi" nel 1892...
Guarnod: mi fai pena...ancora non hai capito nulla...il soffitto non si può tinteggiare legando dei pennelli ai piedi di un agente di cambio, almeno non al mio fino a che ci sarà questa economia in fase di recessione!
Perigord: (prendendo il braccio di Guarnod)ho deciso, prenderò quel Labrador ceco, ne farò la casetta dei miei sogni e tu verrai meco, allietando il mio viale del tramonto...
entra correndo Mathérass, attraversa il palco, firma una petizione per lo smantellamento del lago Ontario, poi si gira verso gli altri due
Mathérass: possa il Signore perdonarci tutti, o magari abbuonarci le prime 3 piaghe, possa Iddio avere misericordia di noi e farci trovare abbastanza benzina nel serbatoio per raggiungere un motel, possa l'altissimo aprirci un conto in banca con almeno 100 operazioni gratuite all'anno...
Guarnod: che mai ti cruccia, o servo delle giuste cause e delle trattorie rustiche a prezzo fisso?
Mathérass: ( squadrandolo con un cacciavite da 12) il tetto degli occhiali di Maultène è crollato, portandosi dietro anni di sventura, sofferenza e fine poltiglia giallognola...una tragedia, se non altro per il frappé dopo cena...(gesto)
Perigord: ma che vai vaneggiando?il tetto degli occhiali di Maultène è stato rinforzato la scorsa settimana dalle sapienti mani di Oréste, che lo ha assicurato con dei biglietti aereri per Lione a metà prezzo, escluse tasse portuali...
Mathérasse:(interrompendolo) proprio non riesci a farti amico il concetto che l'uomo può commetter fallo? che anche i più parati spesso dimenticano di riportare lo zero?che anche in tempo di saldi si possono trovare negozi che vendano orietti?anche se non sanno cosa sono?
Guarnod: ( con fare bonario)susu amici, non litigate(gesto) e tu Mathérasse, perché non ti siedi qui con noi e ci illustri il tuo sgomento con la calma romana, propria degli animi più forti e degli abitanti di Abbiate Grasso.
Mathérasse :(con aria vagamente più distesa e maneggiando un grimaldello a guisa di deltaplano)mia madre ha finalmente sfrattato quel pinguino che le aveva insegnato l'alfabeto greco, ora la nostra casa è vuota, eccezzion fatta per quei marinai che si esercitano con "Holiday on Ice" al piano di sopra...
Perigord:(si alza dalla sedia, mosso da un vigore che sembra provenire dal fuoco perpetuo dell'anima più pura) mai nel corpo, mai nell'anima, mai nella mente potrei menare una verità non incline alla fede mia più cieca, non un solo verbo dalla mia bocca potrebbe specchiarsi nell'oscuro volto della menzogna, mai, dico, mai al mondo un agricoltore potrebbe fischiettare Rachmaninoff e ottenere un indennizzo per malattia...(gesto)forte è il mio disìo di portare alla luce la verità e un campionato di pallacorda a 22 squadre...(si ferma struggendosi)ma forse che nei disegni dell'itellighentsia celeste, solingo mi debba aggirare, mesurando i più deserti campi a passi tardi et lenti e battendo le mense aziendali chiedendo dei grissini torinesi?(guardando lontano)ecco che gli occhi miei si fanno pesanti, gravati del periglio dal mondo malvagio, le mie gambe vanno piegandosi a questo peso che mal portano le mie spalle affrante, senza contare che da qualche giorno lamento dei dolori alla clavicola...cosa dovrei fare?forse dormire, sparire nell'oblio nero e confortevole della tenebrosa signora o di una pensione a Garbagnate?oppure affrontare i miei fantasmi che da lungi mi opprimono e da cui debbo riscuotere un prestito di 3 euro?nescio la questione e per molto tempo ancor rimarrò nell'ombra dell'indecisione, finquando non rimetteranno quei biscotti d'avena nel distributore automatico...guardate amici, guardate...colà sta sorgendo il sole...sole, eterno astro che brilla sui giusti e sugli ingiusti, sui vinti e sui vincitori, sugli empi e sui benzinai di Trapani! ah come vorrei che la mi anima tutta andasse a farsi aria, riscaldata ogn'ora dall'immensità celeste di cotanta stella, risparmierei se non altro in vestiti....(rivolgendosi agli altri due)amici, lasciate che io prenda congedo da voi con un'ipoteca sulla seconda casa in montagna...avrei desiderio che voi mi ricordaste così, con la serenità dei miei 30 anni in volto e un fido bancario in scadenza...addio, parto per gli Abbruzzi tentando di stabilirne la quantità(si alza e lentamente esce di scena, senza voltarsi, guardando solo il terreno su cui calca il passo)
Guarnod: (rivolto al nulla) un altro giorno volge al tramonto, un altro amico perduto, un altra canzone dimenticata...rimane solo la polvere e io ho ancora tutte quelle rate da pagare...
calano le luci. Sipario.
(da L'Allegro Conclave, 1892, Aliane Edizioni)
Rubrica a cura di Joe Capresis, si ringraziano le Aliane Edizioni per aver permesso la pubblicazione del testo di cui sopra
mercoledì, giugno 08, 2005
PELAGHE CONSTATAZIONI, EPISTOLARIO FRA LUMINARI
12\09\2003
[...]In questo secolo, che si apre generoso sulla letteratura e sul cinema contemporaneo, possiamo senza ombra di fallo identificare due distinte correnti di produzione. La prima, che potremmo chiamare "accadica", ricalca perfettamente un' iconologia post-moderna tendente alla tinteggiatura a tinte fosche dello smalto esistenziale pre-inserito nell'essere contemporaneo. La seconda, che invece chiameremo "del marriposo", volta più a sovvertire i crismi de-mistificatorii della sintassi universalistica e i parcheggi sotteranei a pagamento. Parlando della prima notiamo come ancora una volta i pensieri e le opinioni dipendano, non tanto dall'ambiente culturale e sostrato sociale, quanto più dalle noccioline cadute sulla mia maglietta in questo momento. [..] Volendo approssimare a questi due generi tutto il secreto mediatico di questi primi 5 anni di duemila, ci accorgeremo di quanto possa essere forviante un nano che tenta di spiegarci come montare la caldaia nuova. A tutti quegli scettici che capziosamente travisano in buona o cattiva fede i miei saggi, dico di smettere di lasciare le loro briciole di pop-corn sui miei libri, le briciole infatti sono, dal punto di vista epistemiologico, uno sfondone cosmico, costituito più da gas intestinale che da vera e pura teoresi
prof. Vango Prifulli
(da Anni Figurati, n.4 2003, Aliane edizioni)
19\09\2003
Rispondo alla lettera spedita la scorsa settimana dal prof. esimio Prifulli, con il tentativo di mettere un freno inibitore all'eloquio, spesso nutrito di abbondante uso di alcole, del mio collega. [...]Fa egli menzione di due distinte correnti, cui ha dato l'arbitaria denominazione di "accadica" e "del marriposo". Inizio col ricordare al mio esimio amico che il termine "del marriposo" era già stato usato nel 1954 da Thadues o' Roorkoostock, studioso ed insegnante di retorica asasssina all'università di Filomenia, quando raccolse le prime opere in rima della poesia popolare ugandese e le definì appunto poesie "del marriposo", riferendosi al caratteristico rumore che poteva ricordare cocci di vetro sotto l'autobus 36, a Bologna alle 5 del pomeriggio, mentre venivano lette. Continuo col dire che, se categorizzassimo spietatamente tutte le opere sia letterarie che cinematografiche di questo primo quinquennio in soli 2 gruppi, commeteremmo l'errore più grande, dopo quello di parcheggiare l'auto nuova dentro una scuola di danza per scimmie con problemi podalici. E' mia opinione, infatti, che esistanno almeno 3 categorie: la prima, che io chiamerò "finghio-assurica", si riferisce all'inerzia de-intellettualistica che anela al piatto caldo anche in estate, la seconda, da me definita "a soffietto" o "ricchiapazza", che consta delle opere cosiddette di largo consumo durante le serate passate a giocare allo schiaffo del soldato, e la terza, detta "priagonica" che racchiude tutto ciò che ha a che fare con la transumanza di chi pasce i bufali. La terza categoria è secondo mia modesta opinione, la più significativa dal punto di vista cinematografico, racchiudendo quel pathos che simboleggia l'ostranenie universale mediante l'eterna litote della morte come non-vita e come preventivo per il nuovo condizionatore. [...]Trovo essenziale questa precisazione per non indurre in confusione i lettori meno esperti e più creduloni, sempre più spesso attratti da chi, con loquela forbita, tenta di abbindolare le masse per conquistare l'universo
prof. Andrea Torri-Parchetti
(da Anni Figurati, n.5 2003, Aliane Edizioni)
26\09\2003
Ringrazio il prof. Torri-Parchetti per la puntualizzazione. Lo ringrazio per aver letto la mia lettera. Ma mi offende essere chiamato collega da chi, notoriamente, fa dell'imitazione del pollo in fricassea, una forma di religione trascendentale. Certo è che, nel suo rutilante delirio, il nostro buon Torri-Parchetti, dimentica l'opera base, la bibbia, da cui ho tratto le mie teorie. Infatti nel suo "manuale di conversazione con lapponi ubriachi" il compianto prof. Massenzi, aveva già ampiamente propugnato la tesi delle due categorie. Aveva portato infatti l'esempio delle scatole cinesi che, una volta aperte, vanno consumate entro pochi giorni, anche se tenute in frigo.[...]Non sia obliato che la transumanza al giorno d'oggi ha già un suo sub-ambiente radicato e di affitto bloccato. Sarebbe un'imperdonabile mancanza quella di ritenerlo politicamente intonso, almeno per la fatica che i miei parenti hanno fatto per venire da fuori città. Inutile discutere, lo yogurt migliore lo hanno sempre nei discount che sembrano preda della de-rattizzazione. Tutto questo in vista del fatto che la priagonicità paventata dal Torri-Parchetti ha più a che fare con un gusto personale per la polka pechinese che con una vera e propria ricerca cartacea.Ciò detto mi congedo ricordando che l'accadia contiene già di per sé abbastanza pregnanza semantico-sintattica da non dover passare dal droghiere se non ad inizio settimana.
prof. Vango Prifulli
(da Anni Figurati, n.5 2003,Aliane Edizioni)
33\09\2003
E così si concede ai sub-primati, come il prof. Prifulli, di provare al mondo di essere in grado di utilizzare segni in maniera automatica e totalmente priva di fondamento significante, chiamandola "scrittura". [...]Vorrei rimembrare al nostro pulcioso interlocutore, che il prof. Massenzi fu scoperto a litigare coi propri gomiti per motivi non precisati e, dopo una partita a freccette, prese fuoco declamando la sigla di Deragon Ball Z a voce alta...inoltre la sua opera ha visto la propria credibilità messa seriamente in discussione dato il numero di volte che, nella stessa, compare la parola "tungseno". Che forse il nostro scimmione non ha letto abbastanza Pargot per rendersi conto che anche un bambino potrebbe comprendere che non è la semnatica universale a transustanziare i termini intesi come flatus voci, ma è la stessa crasi cosmica fra essere e parlare che rende il pensiero concreto sul piano esistenziale? E non è forse vero che qualunque tassonomia perde di senso quando la si mette di fronte ad uno sconto del 70%?[...]Mi meraviglio che ancora bestie di tale risma siano a piede libero e venga data loro una cattedra.
prof. Andrea Torri-Parchetti
p.s. scusate se la scorsa settimana non mi sono fatto sentire ma mia figlia aveva ingoiato una cyclette
(da Anni Figurati, n.7, Aliane Edizioni)
40\09\2003
Ma smettiamola con questo scribacchìo turpe e grondante corbellerie, mi ha perfino macchiato la scrivania![...]trovo tutta la produzione del prof. (o ritenuto tale)Torri-Parchetti, stucchevole, riprovevole e, giuro, alune pagine dei suoi libri puzzano di calzini stagionati.[...]Pargot era stato sorpreso a molestare le ruote dei trattori nelle campagne della Marna[...]Vorrei veramente avere un centesimo per ogni colpo di minchia vibrato con la penna dal Torri-Parchetti, per riscoprirmi in breve tempo milionario, pasciuto e rubizzo dai fini liquori sorbiti per allietare il mio tempo tra i nobili studi di cui il mio amico certamente deficita.
prof. Vango Prifulli
(da Anni Figurati, n.8, Aliane Edizioni)
47\09\2003
Zitta merda!
prof. Andrea Torri-Parchetti
(da Anni Figurati, n.9 2003, Aliane Edizioni)
52\09\2003
Taci stronzo!
prof. Vango Prifulli
(da Anni Figurati, n.10 2003, Aliane Edizioni)
Il resto dello scambio epistolare viene omesso per il carattere eccessivamente tecnico della discussione che renderebbe il tutto incomprensibile ai non-addetti ai lavori. Si rimanda comunque alla consultazione della rivista nei numeri citati e successivi fino al 243785638\09\2003
Rubrica a cura di Joe Capresis
giovedì, giugno 02, 2005
PENSIERI INUTILI DI UNA PERSONA INUTILE
sinceramente vostro
Joe Capresis
martedì, aprile 12, 2005
PER CORTESIA BUSSARE (E COMUNQUE NON CI SONO)…
PER CORTESIA BUSSARE (E COMUNQUE NON CI SONO)…
Scritto e diretto da Mimmo Balestra, con Sebastiano Pervenni e Anika Spatole. Tratto dal romanzo di Prepuzio Sprangaferri “Ci ritrovammo assolti dai Papa Boys! Un vero disastro.”
“Credevo di voler scrivere un romanzo, ma mi si è posto dinnanzi il problema del rischio, il pericolo dello stile, la formosa rabbia di scrittori dimenticati che solevano incastrare i vocaboli in maniera costruttiva. Al terminar dei miei giorni m’incantavo melanconicamente avvolto da luci soffuse, morbidamente erotiche e coadiuvate da un ripetersi di due battute tratte da un disco di Bahamadia”. –Colin Mac Rae.
Vi chiedo se questo spazio esile, necessario quanto superfluo (dipende dai punti di vista), avvinghiato ad una verginità (genuinamente) flessibile e (perlomeno/perlopiù) quantificabile, può rimembrarvi in un qualsivoglia modo uno sforzo pirotecnico per porre fine ad una società iconoclasta e perversamente controversa. Io non oso rispondere, non desidero prendere le parti di un modo di vedere (di sentire/capire) ostile nei confronti dell’altro [vi ricorda qualcosa Federico Pas-Connu nella sua celebre canzone/riflessione “Il giorno di maggio fu saggio", quando da buon profeta sussurra “Mi precipitai in quel dolce ricordo/ il mondo pareva che fosse risorto/ In quel lugubre (tenebre) giorno di maggio/ fu breve la voce del giovane saggio”] quando il prossimo (evidentemente) non esiste. Invero, la proiezione del mio ego accovacciato nello stanzino, temerario e prono a pigiare il naso su un cuscino, mi permette di rovesciare la visione del lungometraggio attraverso un flashback (un viaggio a ritroso, un riproporre fatti già avvenuti, impressioni del tempo che fugge) e mi dimostra la possibilità di rivivere i retroscena del periodo trascorso da Pier Silvio Stecconi (il protagonista, interpretato da Sebastiano Pervenni) in Guatemala tramite una soggettiva (inquadratura che rappresenta ciò che l’attore vede nel film) dell’autobus che parte in ritardo (ma non abbastanza per non essere perduto). Per sempre.
Alcuni momenti di sfogo. Brevi sussulti d’ironia. Leziose (ma mai enfatiche) strategie culinarie. Il tutto orchestrato sapientemente. Il ragazzo è abile, insomma.
Ma come mai tanto aceto di mele infuso nella salamoia, per quale ragione una così ampia gamma di programmi incompiuti/ equazioni di secondo grado irrisolte? Basta una formula. Lucidità grammaticale. Chiedete ad Erri De Luca (lui ne sa qualcosa).
Immagini spezzate (proprio come i nostri amabili intellettuali contemporanei dolorosamente/ abilmente fanno dividendo e chiosando qua e là il soggetto dal predicato/ la madre dal primogenito) segno del cambiamento/della transizione che la nostra società vive. Un riflesso dell’insaziabilità coniugale, della poligamia imperante (e peraltro mai domata da qualsiasi chiesa o ideale) Parentesi (un inciso, un’espressione sobillatrice d’altri rimandi, una voce in più) appena accennata di proteste che esautorano il libero arbitrio dal ruolo di custode immaginifico delle linde lenzuola sulle quali la misera/priva d’energie cagnetta (colei che il protagonista deve salvare dal gesto folle di un ignaro piromane) decretava feci.
Titoli di coda (ma niente luci, per favore). Ecco un’altra opera di messère Mimmo Balestra.
Giulio Grazi.
giovedì, marzo 31, 2005
Prurito alla testa, difficoltà nel passare sotto le porte e libertà.
Nel mio personaggio esiste il desiderio di rispettare la libertà altrui e ciò è, chiaramente, un implicito pretesto per possedere quantomeno me stesso. D’Itù dunque non ne abbiamo più parlato. Non per indifferenza, anzi: perché questa è secondo me una delle prerogative alla base dell’amore per la libertà. Lakam, contrario alla mia linea, mi pone spesso di fronte ad un problema: “E se la persona da te amata scegliesse una strada ritenuta maligna, se per esempio Dilna continuasse ad annebbiarsi la mente ingerendo, dopo aver sniffato, le feci d’altri cani? Tu continueresti a garantire la libertà di scelta? Non pensi che l’amato debba essere preservato dal male e educato ad apprezzare la felicità?” Io credo che il male debba essere vissuto, ritengo necessario il passaggio attraverso il Cuore di Tenebra (di cui a Dilna ho consigliato la lettura oltre a La Fattoria degli Animali e Cuore di Cane senza naturalmente scordare le poesie giovanili di Colin Mac Rae).
Itù ha deciso di scriverci o si tratta solo di un falso comunicato? Io lascio i commenti a voi, nostri superbi e feticisti lettori.
Willie Mays e compagni,
Rifletto sulle possibili conseguenze, non ragiono mai in base alle necessità momentanee, non mi abbondo al frivolo desiderio. Penso alle opportunità, e dopo essermi torturato durante strenui monologhi mi arrendo all’opzione maggiormente desiderabile, quella che senza pietà mi asfissierà in un mare di dilemmi.
Se solo potessi filmare ciò che il mio intelletto proietta, allora sì che sarei soddisfatto. Ma tutto mi è parso improvvisamente privo di significato. Incontrare la mia squadra era divenuta piuttosto un'abitudine che uno sfogo creativo. Realizzavo il nostro ruolo di perdenti ostinati a celare le proprie sconfitte parlandone con orgoglio, uomini in cerca di compagnia per rimandare l’ennesima volta la vergogna causata dalla propria inettitudine. La mia partenza è stata causata da un periodo di serenità in cui la vista è risultata nitida e le esposizioni reali.
Quando smetterò di illudermi positivo, mi siederò nuovamente al vostro tavolo nell’attesa che qualcuno si alzi per inseguire qualcosa di meglio da fare.
Itù
lunedì, marzo 28, 2005
Willie Mays va in città
Ben venga la donzella (senz’altro annebbiata dalla mia interpretazione nel ruolo di Willie Mays in “Homosex”) che mi riconosce ad una serata organizzata dal celebre cantautore che tutti riveriscono. Ma ricordiamoci che quel: “Ma tu sei Willie Mays” non è nient’altro che un invito a farsi succhiare un pene ricolmo d’ideali e di limpide estrosità.
E allora, costringetemi ad utilizzare periodi grammaticali privi dello schema logico insegnatoci alla scuola elementare, invogliatemi a scrivere tonnellate di parole inadatte, gettate perle al porco che strangola la purezza del mio intelletto.
I critici austeri (e come non immaginarsi Panebianco in prima linea?) sostengono che io non sia continuo e che cerchi mestamente di spremere un deserto cercando di impressionare qualche goccia d’acidità. Io rispondo solo a me stesso, dunque non emetterò fiato nell’ardua impresa di formulare espressioni atte alla mia difesa.
Ultimamente ho bighellonato origliando qua e là, mi sono preso una pausa di riflessione sperimentando situazioni e cercando la luce che meglio potesse mettere in mostra il mio fascino. Bene, l’illuminazione veritiera è colei che valorizza il contrasto insito nei nostri scritti, e con questo voglio assolutamente includere le menti che hanno parlato o sono state citate all’interno del nostro partito.
Mi sono imbattuto in un caro e buon amico, proprietario di una videoteca e mentre si stava parlando di Guédiguian, Loach o Itù (di chi avremmo dovuto parlare? Di Virzì, Ozpetek e qualche profano aggiungerebbe alla lista anche Balestra?) lui girandosi e sospirando mi ha rivelato la sua appartenenza comunista. Un momento di sospensione, sudore freddo che colava dal soffitto, un poster del celebre film d’Eugenio Cappuccio si afflosciava sul pavimento, attimi d’attesa, il sole che calava già e rosseggiava la città, motti di protesta lo stomaco disperdeva su per l’esofago, gelidi rimorsi saliti in superficie, anime in lacrime…Quando sono uscito mi sono detto che quell’uomo da troppo tempo stava parlando da solo, che sarebbe stato necessario costruire una forza politica nella quale la gente come lui dirà tutto ciò che nelle democrazie contemporanee non ha potuto proferire, non a causa della censura ma piuttosto per una semplice questione di rispetto.
Ora e sempre, contro noi stessi come s’intitola la manifestazione indetta da Mimmo Balestra contro la legge anti-fracassoni ordita dalla giunta comunale bolognese. Un Mimmo Balestra che, poiché contrario a se stesso ed agli slogan ha deciso di utilizzare uno slogan per andare contro di sé. Nient’altro che applausi per il maestro ligure del cinema del presente.
venerdì, marzo 04, 2005
JONNY CLOACA SCRIVE A IL MANIFESTO
Lettera ricevuta da "Il Manifesto" firmata Jonny Cloaca
“Oggi mi abbono sperando di non leggere più il perché degli altri abbonamenti nel riquadro in alto a destra della prima pagina”
mercoledì, febbraio 23, 2005
PRINCIPESSA WILLIE MAYS
Volevo diventare regista cinematografico, non per raccontare storie ma piuttosto per narcisismo. Infatti, credo che l’impulso a creare mi sia stato donato dal semplice piacere di mostrare me stessa, di raccontarmi. D’altra parte ho amato fingere che l’amor proprio potesse essere celato dall’umiltà del non voler narrare cose a me ignote.
Forse semplicemente volevo poter sostenere la mia vita scrivendo o filmando. Considerando che l’esistenza ha un termine, e con essa ogni dispiacere nonché qualsiasi momento lieto, perché mai non optare per la serenità? Certamente le vere proibizioni sono materiali, difatti diverrebbe arduo non avere danaro per nutrirsi e coprirsi dalle intemperie.
Dopo essermi laureata in scienze politiche mi resi conto che qualsiasi occupazione aveva un aspetto negativo. Mi sarebbe piaciuto specializzarmi in Diritto del Lavoro per avere la possibilità in seguito di difendere gli operai: era il ’78, avevo preso freddamente parte ai Movimenti Autonomi del ’77 e Aldo Moro aveva già ricevuto, ai suoi funerali, l’estremo saluto dai mandanti del suo stesso assassinio. Ma come avrei potuto io difendere i proletari senza aver mai conosciuto la vita alla catena di montaggio? Deprecavo il lavoro in fabbrica e non ardevo dalla voglia di farmi assumere alla Siemens per combattere il sistema dall’interno. Avrei dunque potuto difendere il Diritto del Lavoro?
Mi pareva bizzarro il modo in cui le nostre vite erano state organizzate, sorridevo pensando che in quei settanta anni io dovessi forzatamente trovare un significato.
Il senso è stato semplicemente creato dai diversi déi che ogni società ha spontaneamente creato, e la mia giovinezza paranoica mi lasciava intravedere innumerevoli complotti orditi da omini blu con le antenne della Radio Vaticana. Dunque per quale motivo scrivere? Per quale motivo giocare a tennis? Cosa mi avrebbe spinto a suonare nel migliore dei modi un contrabbasso? Perché iscrivermi alle liste di collocamento? Che cosa avrebbe dovuto spingermi a continuare gli studi?
Chiedetelo a qualcun altro, non a me. Io sono povera di spirito e resto intrappolata in un girotondo d’immagini false, estranee, incoerenti. Mi hai cercato, Willie Mays, addirittura sembra che tu mi abbia aspettato. Io non ti ho atteso, né ti attendo ora.
Come puoi entrare così facilmente nelle vite altrui senza vergognartene? A questa domanda so rispondere: perché siamo noi a volerlo. Bruciamo dal desiderio di svelarci e ci stimiamo inossidabili. Insieme siamo un’ottima coppia, ci violentiamo a vicenda e godiamo come due innamorati sufficientemente rodati ma non ancora logori.
Ti sei chiesto il perché, sembravi preoccupato sul dove, aspiravi al quando: scrivendoti svelo la mia incapacità di suicidarmi e infrango l’ultimo pilastro artistico sul quale potevo ancora poggiare.
Lasciami fuggire, mia principessa Willie Mays.
EVVAI!!!!! Anche questa è andata.
- Urania Minchietta
Urania ha scritto questa lettera per tutti voi, miei cari lettori. In suo onore ho deciso di scriver di lei una piccola nota biografica.
Urania Minchietta.
Nata ad Andora (SV) nel 1953. Studia Scienze Politiche a Bologna dopo aver conseguito il diploma di maturità linguistica. Entra nel mondo cinematografico grazie a Mirko Alieno, coinquilino affetto da disturbi psichiatrici, con il quale realizza un corto-metraggio in Super 8: Principessa (1977). Urania, estasiata dal mondo del cinema, decide di non continuare la carriera universitaria, dopo aver conseguito la laurea a pieni voti, e si dedica ad una collaborazione artistica con Alieno.
Tra il 1978 e il 1982 Minchietta e Alieno realizzano, oltre al più noto e il più originale Volevo solo coprire il gobbo(1979), Ma quando arrivano quelle gobbe?(1980) e Ti stimo molto - Il diario di un gobbo sulla vespetta (1982).
Ma il rapporto creativo perde lucidità. Alieno si ostina a proiettare sul televisore di casa le loro opere credendo possibile fare, con pennello e inchiostro, delle post-produzioni in tempo reale. Propone dunque ad Urania e produttori d’essere presente ad ogni proiezione dei loro film e di post-produrre anche su schermo cinematografico, chiede solo qualche lira in più per due trampoli, un rullo e un dromedario.
Urania, d’altra parte, continua a vedere piccoli ometti blu con le antenne della Radio Vaticana che le cantano -Santa Maria, piena di grazia, prega per noi peccatori adesso e nell’ora della nostra? della nostra? forza rispondi, della nostra? DEADLINE, hai capito? DEADLINE-. E poi le ripetono -Deadline, quante volte bisogna dirtelo? Deadline-. E le tirano una pacca sul sedere. Inoltre quando dorme sempre i soliti omini blu, che lei crede agenti del SIM, le sussurrano ripetutamente -Sinistra, destra, sinistra, destra, sinistra, destra-…Insomma, è un inferno [(di merda glaciale, ndRobecchi) (di beate bombe della NATO, ndPanebianco)].
Il periodo creativo si esaurisce: Alieno s’iscrive ai Comitati Leninisti e diventa un quadro del partito, Urania torna sotto i riflettori solo nel 2003 nella famosa (ma da noi non troppo amata) fiction televisiva Schegge di polvere – I netturbini.
mercoledì, febbraio 09, 2005
Benvenuto, Fagun!
IL DELITTO DI VIA STRAZZACAPPE
26 luglio 1985: Lucie Baguettin - è solo un nome di fantasia - è una bimba come tante altre; bionda, allegra e molto loquace. Magari sta raccontando qualche barzelletta agli amichetti, una di quelle barzellette a tema pedopornografico che sente quotidianamente raccontare tra i preti del suo asilo; o forse sta semplicemente giocando nel giardino della sua villetta, sola e innocente, seduta sull'erba, quando le barre di raffreddamento del reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl si guastano. È una catastrofe immane: il reattore esplode e libera una nube radioattiva che si staglia minacciosa su una cartina stilizzata aggiunta in post di un'Europa occidentale ancora ignara. Lucie non lo sa, ma quell'evento cambierà per sempre il corso della sua vita.
31 aprile 1988: quattro o cinque amici del bar della stazione dicono no al nucleare in Italia. Lucie è ancora troppo piccola per voler seguire le vicende politiche del Belpaese, ma il referendum cisalpino sarà un'altra data fondamentale nella storia che vi sto raccontando.
Dimenticavo, il 30 aprile 1988 un clandestino libico tenta di raggiungere le isole Faroe (presunto luogo di origine della mitologica creatura chiamata in danese Fagun) nascondendosi nello scompartimento del carrello di un B-32 della PanAm. Mentre il velivolo sorvola la Scozia, forse per il freddo dell'alta quota, forse per un irresistibile impulso di idiozia, più probabilmente per dar fuoco a una scorreggia, il povero interinale strofina un fiammifero contro il ruvido pavimento metallico. È un tragico errore: il B-32 è l'avanguardia di una flotta di bombardieri dell'US Air Force mascherati da aerei di linea per preparare l'invasione americana di Aberdeen.
14 tonnellate di cluster bomb all'uranio impoverito nonostante le molte detrazioni fiscali esplodono all'istante; per lo stronzo comunista la fine è immediata, per il regime di Gheddafi ci vorrà ancora un po', per la nostra Lucie, anche se lei, povera scema, non lo sa, non cambia un cazzo (eccheccazzo, NdRobecchi).
Ma la svolta non tarda ad arrivare: è il 4 dicembre quando Lucie, ormai una bambina fatta, viene incriminata per abuso di sostanze stupefacenti. Ne uscirà subito su cauzione, ma ci rimetterà comunque un mese di affitto. Per lei è il dramma: tornando a casa si ferma al mercato e compra 2 chili di fiorentine; ormai è sull'orlo della follia.
Il colpo più duro lo riceve subito dopo: il 7 dicembre viene rapita e chiusa in cantina dal suo cane Atòmie, membro di una rete di terrorismo internazionale nazionalcomunista. Il giorno dopo viene diramato su Minitél un drammatico comunicato: Lucie è condannata a morte per non aver mai lasciato un po' di carne attorno alle ossa di fiorentina che gettava al suo cane dopo i pasti. L'esecuzione è fissata per il giorno dopo.
La polizia non se ne sta con le mani in mano - anche a causa di un irrestitible quanto naturale impulso all'onanismo: un esperto dell'antiterrorismo riesce a localizzare la cella in cui è rinchiusa Lucie analizzando lo storico delle sue bollette; l'indirizzo è quello stampato in alto. Per contrastare la cellula terrorista viene mobilitato l'esercito; la Francia intera - a esclusione dei possedimenti coloniali in Sudamerica - è incollata al televisore, e assiste in diretta a uno spettacolo drammatico e surreale.
Le teste di cuoio sfondano la porta, alteri, sicuri di sé, usando i durissimi glandi come arieti, ma subito dopo c'è una colluttazione con la buoncostume che tenta di sequestrare i giornali porno. Gli agenti del Mossad fanno irruzione, sono momenti concitati, si sentono urla e qualche sparo isolato. Due poliziotti escono trascinando fuori un ragazzetto ancora avvinghiato al joypad con cui giocava a Vice City sulla Playstation2. A questo punto un'esplosione scuote l'intero isolato, si sente una fortissima puzza di merda, molti tra le forze dell'ordine sono in preda a incontrollabili conati o svengono. Lentamente, uno alla volta, i membri della cellula escono con le zampe dietro la testa, i soldati superstiti li dispongono al muro sotto la minaccia dei mitra. Ed ecco l'imprevedibile: sopraggiunge un nutrito gruppo di manifestanti, con striscioni che recitano "Non si tocchi l'embrione! Non si tocchi la cellula! E la smetta pure di toccarsi lo scroto!" o "L'uomo è sacro - l'embrione è sacro - la cellula è sacra - finirete nel fosso", e va a frapporsi tra terrostisti e centrocampo dei gialloverdi.
Vi chiedete come finirà? Provate a immaginarlo. Immaginatelo, su williemays.blogspot.com
martedì, febbraio 08, 2005
Sono Fagun e parto in autorun
Ordinaria amministrazione in un mondo alternuso inconsapevole
Giuietta Lakam, in preda agli incubi dopo aver letto autorun.splinder.com, sveglia nel pieno della notte il compagno Makal Lakam
-Caro, sento uno strano odore-
-Mi devi svegliare per queste cazzate, stavo cadendo nel vuoto-
-Ma caro, non lo senti anche tu?-
-Lasciami dormire-
-Ma caro, vai a controllare-
-Minchia, lavoro 12 ore al giorno e mi devi svegliare mentre cado nel vuoto...e saranno le solite chitarre liquide che colano dal piano di sopra, minchia. Mi vuoi fare ancora incazzare che poi mi incazzo coi vicini ancora di più. 'Ste minchia di chitarre liquide-
-Hai ragione, caro. Scusa. Buonanotte-
-Ebbuonanotte, tesoro-
Dialogo tra Makal Lakam e Willie Mays in un pomeriggio invernale milanese
-Guarda che hai delle forti tinte jazzy-
-Ma dove?-
-Lì, proprio sotto l'occhio-
-Qui?-
-No, al sinistro, proprio lì sotto l'occhio-
-Così se n'è andato?-
-No guarda, fai con la saliva, sfrega bene- -Così, bravo, ancora un po'- -Ok, perfetto-
-Eh, perbacco, queste tinte jazzy sono difficili da togliere-
-Già- -Hai dei bei baffi, o sono tinte jazzy anche quelle?-
-No, no, sono dei baffi-
lunedì, gennaio 31, 2005
Invito a Willie Mays
Johnny.Cloaca
domenica, gennaio 23, 2005
Vespaio Balestra
mi sento anch'io chiamato in causa dall'accorato appello del maestro Balestra - e no, non è affatto provocatorio definirlo così sebbene sia appena agli inizi della sua promettente carriera di cineasta.
Il suo disperato j'accuse non cadrà certamente nel vuoto, anzi avrà sicuramente forte risonanza nei luoghi che contano, visto soprattutto il pulpito che ha scelto per lanciarlo.
Noi tutti dobbiamo riflettere profondamente sulle sue parole, senza farci trarre in inganno dai molti riferimenti fortemente erotici di cui Balestra spesso si serve nelle sue sempre più rare esternazioni.
Sarà utile far conoscere ai lettori un aspetto nient’affatto aneddotico del lavoro quotidiano di questo grande regista-attore. Nella sua carriera parallela e meno nota (anche se altrettanto importante per la scena nazionale) di produttore, ha sempre avuto una via preferenziale per reclutare i giovani talenti, poi quasi tutti divenuti attori affermati, che dovevano dare voce e anima ai tormentati personaggi del nuovo cinema italiano; panorama che, è bene ricordarlo, mai si sarebbe sviluppato fino ad essere il fenomeno culturale che è oggi senza il fondamentale contributo, appunto, del Balestra produttore - da vecchi classici come “Bologna – la notte impazza” (e potrei scommettere che molti lettori alle prime armi, e dotati di peni non ancora all’altezza, non sapessero che dietro questo piccolo capolavoro ci fosse la mente di Balestra), fino al recente thriller (che tanto scandalo sta suscitando tra i benpensanti) “FastLife”, passando per i sempre gradevoli horror di inizio millennio come “In Irlanda? Che storia!” Ma sto divagando.
Dicevo, sin dai primissimi tempi la sua via preferenziale con i giovani attori era quella rettale, e fu proprio egli quindi ad aprire la strada, non senza dolori e qualche resistenza, a quella che è ormai una scelta obbligata nelle produzioni odierne.
Ha ragione Balestra a cercare di farci aprire gli occhi sul dramma personale che grava su ognuno di noi, registi del nuovo cinema italiano. Ci scava dentro costantemente, e seppur risulti utile contro le ostruzioni vascolari può condurci a dei fatali passi falsi. Probabilmente il miglior monito ci è stato dato dall’assistere impotenti alla tragica fine di Itù, scomparso durante la sua vana ricerca della vagina asciutta; un gesto di follia, certo; ma come si può passare sotto silenzio, nonostante la complicità della stampa di sinistra portatrice di terrore e morte, il fatto che uno sgamato come lui (come amava definirlo Robecchi) sia caduto mollemente come una cacchina precoce nelle facili argomentazioni di quella testa di cazzo di Panebianco? (i corsivi sono sempre del nostro Robecchi) Eh? Come si può, porco dio? Per questo dobbiamo conoscerci, dobbiamo essere noi stessi, senza indossare maschere o perizomi da atei, senza proiettare falsi ego contraffatti a bella posta, senza vergognarci di fronte ai nostri gravi problemi intestinali. Senza millantare peni giganti che sappiamo di non avere.
Illuminante a questo proposito un episodio, forse il più vero fra i tanti autobiografici, del capolavoro “Obiettivo HIV”: il protagonista che, riverso su se stesso nella penombra del sudicio colonnato della stazione centrale di Milano, soffertamene dice: “Vuoi sape’ che cazzo sto a’ffa’? Bbè, me sto a’ffa’ ‘na pompa co l’ingoio, cosìppoi me bbevo lo sperma e me pijo l’aiddiesse..”
Questo male, come un catarro cronico indotto dalla scarsità di cartafiltro, ci cresce dentro. È parte di noi. Lo ricordava anche, sempre puntale e graffiante, il profeta Pas-Connu nella tua intervista di qualche giorno fa, Willie: dobbiamo essere noi stessi per essere contro noi stessi.
Makal Lakam
Trovarti l'arte addosso
Ho visto Mimmo Balestra sputare saette di verità a suoi coetanei, mentre saltava ubriaco da una barca all’altra nel porto di Camogli, e sì, nell’occasione, ha fatto sesso nei campi con la mia donzella. Il giorno dopo si svegliò alla stazione Centrale di Milano e dentro lo zaino trovò un piccione oramai defunto.
Ho amato “Mi rifugiai dentro un tuo silenzio” e vi chiedo, a noi cosa importano le origini dell’artista, quale significato ha per noi il ceto sociale d’appartenenza di Mimmo Balestra? Quando un inventore crea un’opera, presto incomincia ad odiarla. Conan Doyle disprezzò Sherlock Holmes. Spesso ci s’innamora proprio del celato masochismo dell’artista, e la vita disgraziata, rapida, è solennemente osannata. Magari anche Mimmo sacrificherebbe un po’ di sensibilità per poter gioire di limpida serenità.
Ma torniamo alla storia, gettiamo ai porci non delle succulente carrube bensì il sangue drogato dei giovani che vedranno il famoso cineasta come un padre. E già, perché i vostri figli incominceranno a recitare mnemonicamente battute dei suoi film, parleranno e agiranno ispirandosi a lui. Quanti di loro come sfondo del desktop non metteranno la celeberrima fotografia, scattata da Flavio Straniero, che ritrae Balestra mentre spompina sguaiatamente il maestro Itù? Alcuni famosi giornalisti, tra cui il solito Angelo Panebianco, parlarono di “antiestetico fotomontaggio ordito da terroristi ceceni”, criticando aspramente l’esposizione che dichiarava stima sincera e reciproca tra i due registi cinematografici.
Io non credo ai critici stupratori d’ingenuità, non andrò girovagando e lustrando il capo ai giornalisti incapaci di omettere il patetismo. Mi soffermerò piuttosto sulla ripetitività del caso, mi lancerò in trame sconnesse e deboli. Senza che alcuna semiotica venga a disturbare l’ennesima volta in cui appoggiato al bancone di un pub intravedrò “Nel nome di Kis-Kis” su Rete 4. Forse la scollatura sfoggiata dalla barista, oltremodo coadiuvata dal Natural Bra, dovrà farmi cambiare opinione? Tu cosa ne dici, Mimmo?
Conosco la tua risposta, e ancora una volta non ci troveremo d’accordo. Perché io non devo “trovarti l’arte addosso” semmai potrei aiutarti a liberartene.
Dichiarazione di qualunquismo
AVVERTENZA:nonostante questo sfogo letterario/letterato/letto sarà firmato williemays, il vero autore è in realtà il suddetto MimmoBalestra, già noto ai più per le sue opere di successo ma di scarso valore artistiso
Caro williemays,
belin, non so se ho diritto di entrare nel tuo spazio pubblico e mi spiace dover ricorrere a bassezze di questo tipo, ho pagato un hacker per avere la tua password, ma avevo bisogno di comunicare con te senza incontrarti di persona, c’è un motivo… il problema è che… che mi vergogno.
Mi vergogno di portare a spasso il mio viso al di fuori di queste mura, mi vergogno di farlo incontrare a quello di vecchi amici… non posso assolutamente immaginare di mettere il mio viso di fronte al tuo.
I nostri volti e i nostri occhi ci hanno visto evolverci e assecondare le nostre cosiddette doti artistiche, le tue di grande letterato, scrutatore della contemporaneità e le mie, così dicono, di cineasta…, insieme ci siamo incamminati lungo questa strada così difficile da percorrere e tutte le volte che ci è capitato di inciampare e cadere a terra di fronte alle critiche di chi non ci capiva, di chi non ci voleva capire, nessuno dei due ha mai titubato sul da farsi… eravamo sempre pronti a fermarci per tendere la mano, rialzarsi e continuare, fregandocene del resto… ma ora tutto è diverso belin, veramente.
Oggi, come tu ben sai le mie opere hanno grande successo, ricevo richieste di partecipazione a eventi culturali, mostre, manifestazioni Londra, Parigi, New York, Camogli… insomma ho cominciato a frequentare quegli ambienti di cui io e te abbiamo tanto riso, sciarpe di cachemire, gemelli d’oro, scarpe col tacco d’oro e, belin, quant’altro…
Ed è proprio grazie a queste mie frequentazioni che i miei film continuano a guadagnare consensi, anche tra chi inizialmente aveva storto il naso di fronte alla famosa difficoltà interpretativa che caratterizzerebbe i miei lavori e di cui tanto scrivono i critici… il problema è che nella mia arte non c’è nessun contenuto, e tutto il tempo speso a scervellarsi per cercare di capire quale messaggio le mie opere volessero veicolare, era tutto tempo buttato.
Parliamo ad esempio di Obbiettivo HIV, adesso sta subendo una rianalisi da parte dei media e quelli del ministero dell’istruzione vogliono farlo vedere nelle scuole medie, ma quel film sarà quel che sta diventando solamente grazie ad un forte impegno promozionale, una spinta mediatica dovuta non a meriti artistici riconosciuti bensì ad uno squallido giro di favoritismi e raccomandazioni, amici di famiglia pronti a mettere parole giuste nelle orecchie giuste, alimentando una rete di conoscenze che in questo modo si auto-conserva e mantiene il potere di decidere cosa è oggi arte e cosa non lo è; gente che impugna lo scettro della fama e illumina di celebrità solo chi già è all’interno di questa piccola elite di facilitati e di facilisti.
Non credo che questo fenomeno sarebbe un problema se soltanto si limitasse a calciatori o soubrette da sabato sera… ma se penso che le mie produzioni adesso stanno togliendo spazio a chi realmente fa dell’arte e non ha i mezzi per trasmettere il suo messaggio, se penso a centinaia di opere che rimangono nell’oblio delle teste di chi le ha partorite, se penso a queste cose non posso fare a meno di odiarmi. Io odio.
Dentro di me c’è un male che non si può sradicare, non c’è operazione chirurgica o visita psichiatrica che possa cancellare le mie radici alto-borghesi… vorrei aver affrontato un’infanzia di stenti e privazioni, per poter dire di aver combattuto, per poter dire con accento bolognese “mo guarda che bel self-made man”.
E invece caro amico, eccomi qui, circondato da cd e polvere, inviti di discoteche che non sono altro che cartafiltro, libri letti e libri da leggere, libri da studiare, tappi di sughero e tappi di metallo con le rispettive bottiglie vuote… una bottiglia di whiskey da finire e una di rum ancora da aprire… per un po’ potrò non uscire di casa… il resto è solo il ronzio della ventola del computer… affogo nel mio senso di colpa mandandoti questo messaggio che non vuole però nascondere un cenno di speranza, un ultimo debole grido rivolto a williemays il grande delineatore dell’oggi, fotografo di questa odiosa post-modernità:
TROVAMI DELL’ARTE ADDOSSO WILLIE, TROVAMI DELL’ARTE ADDOSSO.
sabato, gennaio 22, 2005
I MONOTONI
Li sto ascoltando proprio in questo momento: I Monotoni. I critici ci si accaniranno, il popolo li canticchierà, vergognandosene potrebbe essere, ma così tramandando le loro canzoni ai posteri. Gli amanti dell’etnico li derideranno, sbeffeggeranno la loro arte definendola schiava di una cultura conformista benpensante. Gli avvoltoi li deprederanno e li lasceranno sanguinanti in una clinica psichiatrica oramai privati di qualsivoglia dignità.
Quale critico non avrebbe voluto riconoscere l’estro di Van Gogh prima che questo ultimo si bruciasse rapidamente lasciando la comprensione delle sue opere alle generazioni future? Stiamo parlando di un nuovo Van Gogh, di un ennesimo Basquiat? No, perché in questo caso sono in due: I monotoni.
Ogni parola calza corretta all’interno della metrica, ogni espressione superflua gioca un ruolo chiave. Monotonìa o Monotònia? Mònotonia forse, poco importa. La monotonia diventa genialità nelle undici canzoni incise dal duo che si prospetta come il più creativo nella scena artistica italiana dopo la scomparsa di Itù. Come sempre il pubblico mondiale, e in speciale modo l’auditorio italiano, non sarà sensibile al “fenomeno monotonia”, ma Willie Mays e “la sua banda di ciarlatani” (così ci ha denominato Angelo Panebianco in uno dei suoi celebri editoriali sul Corriere della Sera) conoscono i precursori di una nuova corrente artistica, magari rozza, indisciplinata forse.
Loro sanno quale è la strada. Noi forse possiamo non fidarci di loro, ma dobbiamo in ogni modo ascoltarli. Consiglio vivamente l’approccio ad “Un’altra volta” dei Monotoni e, mi spiace, non me ne vergogno.
giovedì, gennaio 13, 2005
Federico Pas-Connu, senza peli dalle parti dell'addome.
Vi propongo un intervista a Federico Pas-connu, cantautore di padre francese e madre trevigiana, celebre al grande pubblico per il suo ultimo album “Mi invaghivo di qualsiasi meretrice” ma da noi amato soprattutto per “In fondo, la prima porta a sinistra” composto dopo la caduta del Muro di Berlino e per “Viale Zara, 115”.
WM: “Difendere la proprietà privata? Chavez dice: “La terra a chi la lavora realmente”. Come dargli torto? E le fabbriche agli operai?”
FPC: “Ecco, io sarei d’accordo. Sì, lo dico sinceramente, mi ritrovo appieno in tale affermazione. E che c.., come non dire ciò. Ecco, io sto recentemente lavorando in un progetto prodotto dalla televisione nazionale peruviana. Contro chi? Contro prima di tutto noi stessi, contro chi non vuole che i nostri sogni si rivelino l’unica strada possibile”
WM: “Ma, a volte, mi sorge il dubbio. Posso farti partecipe di ciò che mi rende perplesso?”
FPC: “Sicuramente”
WM: “è molto gentile, apprezzo la disponibilità. Spesso gli uomini famosi, magari anche se solo in un settore cosiddetto di nicchia, tendono a chiudersi nel proprio guscio, Cristo, si costruiscono un castello dopo aver già scavato il fosso intorno e lasciato che gli alligatori prendessero possesso delle acque. Come ti definisci?”
FPC: “Prima di tutto onirico. Il mio modo di pormi di fronte all’esistenza, e da qui la scelta del dialetto, della vita reale, di ciò che effettivamente ci circonda, è tale. Onirico. Ermetico forse, ma mai di puro edonismo. Sempre gioviale, bizzarro anche, senza vie di mezzo, fantomatico.”
WM: “Le tue opere partono prima di tutto da un’insoddisfazione profonda. È secondo te possibile riuscire a colmare il vuoto creato dall’incongruenza esistente tra i valori dominanti in questa società e i principi che guidano il tuo pensiero politico-culturale?”
FPC: “Ha detto giustamente lei: la terra a chi la lavora realmente. Ha mai pensato ad una società priva di proprietà privata? Io ci ho pensato”
WM: “D’accordo, ma potrebbe essere realmente fattibile? O forse sarebbe necessaria innanzitutto una fase di transizione nella quale magari si cercasse di stabilire delle regole, delle leggi, che combattano l’iniqua distribuzione di risorse?”
FPC: “Già, ma i lavoratori non desidererebbero forse una scelta concreta? Senza compromessi. Ecco, nelle mie creazioni dico: -no ai compromessi-. No a noi stessi, no ai discorsi da autobus, sì alle prese di posizione.”
WM: “Prossimi progetti?”
FPC: “Dovrei partecipare, me lo danno per certo, ad una compilation tributo agli Zwerepé famoso gruppo giapponese. Ho scritto un pezzo: “Non ti lasceremo mai (Zwerepé)” con una giovane donna conosciuta a Tokyo.”
WM: “Come mai la scelta del giapponese? Non credi che tale scelta potrebbe farti perdere sostenitori, oltre ad essere un prodotto poco commerciabile?”
FPC: “I miei produttori dicono che io stia facendo una caz…, ma Dio, io sono me stesso, io voglio essere me stesso altrimenti non potrei essere contro me stesso ma contro un qualsiasi cantante da classifica. Mi prendo il rischio. Mi dicono: -stramaledetto ragazzo, tu scherzi con il fuoco- E io rispondo: -apprezzo lo sforzo, apprezzo lo sforzo, ma quando i vostri lavori si mostreranno effettivamente per ciò che sono, cari i miei ipocriti, vi farò apprezzare anche qualcosa d’altro-
Bene, ecco a voi Federico Pas-connu, un cantautore che non si vergogna di dire ciò che pensa e non ha problemi a credere in ciò di cui si vergogna. Le sue opere avranno il successo che meritano? Probabilmente no. Ma a noi piace ricordarlo così.