domenica, gennaio 23, 2005

Vespaio Balestra

Caro Willie,
mi sento anch'io chiamato in causa dall'accorato appello del maestro Balestra - e no, non è affatto provocatorio definirlo così sebbene sia appena agli inizi della sua promettente carriera di cineasta.
Il suo disperato j'accuse non cadrà certamente nel vuoto, anzi avrà sicuramente forte risonanza nei luoghi che contano, visto soprattutto il pulpito che ha scelto per lanciarlo.
Noi tutti dobbiamo riflettere profondamente sulle sue parole, senza farci trarre in inganno dai molti riferimenti fortemente erotici di cui Balestra spesso si serve nelle sue sempre più rare esternazioni.
Sarà utile far conoscere ai lettori un aspetto nient’affatto aneddotico del lavoro quotidiano di questo grande regista-attore. Nella sua carriera parallela e meno nota (anche se altrettanto importante per la scena nazionale) di produttore, ha sempre avuto una via preferenziale per reclutare i giovani talenti, poi quasi tutti divenuti attori affermati, che dovevano dare voce e anima ai tormentati personaggi del nuovo cinema italiano; panorama che, è bene ricordarlo, mai si sarebbe sviluppato fino ad essere il fenomeno culturale che è oggi senza il fondamentale contributo, appunto, del Balestra produttore - da vecchi classici come “Bologna – la notte impazza” (e potrei scommettere che molti lettori alle prime armi, e dotati di peni non ancora all’altezza, non sapessero che dietro questo piccolo capolavoro ci fosse la mente di Balestra), fino al recente thriller (che tanto scandalo sta suscitando tra i benpensanti) “FastLife”, passando per i sempre gradevoli horror di inizio millennio come “In Irlanda? Che storia!” Ma sto divagando.
Dicevo, sin dai primissimi tempi la sua via preferenziale con i giovani attori era quella rettale, e fu proprio egli quindi ad aprire la strada, non senza dolori e qualche resistenza, a quella che è ormai una scelta obbligata nelle produzioni odierne.
Ha ragione Balestra a cercare di farci aprire gli occhi sul dramma personale che grava su ognuno di noi, registi del nuovo cinema italiano. Ci scava dentro costantemente, e seppur risulti utile contro le ostruzioni vascolari può condurci a dei fatali passi falsi. Probabilmente il miglior monito ci è stato dato dall’assistere impotenti alla tragica fine di Itù, scomparso durante la sua vana ricerca della vagina asciutta; un gesto di follia, certo; ma come si può passare sotto silenzio, nonostante la complicità della stampa di sinistra portatrice di terrore e morte, il fatto che uno sgamato come lui (come amava definirlo Robecchi) sia caduto mollemente come una cacchina precoce nelle facili argomentazioni di quella testa di cazzo di Panebianco? (i corsivi sono sempre del nostro Robecchi) Eh? Come si può, porco dio? Per questo dobbiamo conoscerci, dobbiamo essere noi stessi, senza indossare maschere o perizomi da atei, senza proiettare falsi ego contraffatti a bella posta, senza vergognarci di fronte ai nostri gravi problemi intestinali. Senza millantare peni giganti che sappiamo di non avere.
Illuminante a questo proposito un episodio, forse il più vero fra i tanti autobiografici, del capolavoro “Obiettivo HIV”: il protagonista che, riverso su se stesso nella penombra del sudicio colonnato della stazione centrale di Milano, soffertamene dice: “Vuoi sape’ che cazzo sto a’ffa’? Bbè, me sto a’ffa’ ‘na pompa co l’ingoio, cosìppoi me bbevo lo sperma e me pijo l’aiddiesse..”
Questo male, come un catarro cronico indotto dalla scarsità di cartafiltro, ci cresce dentro. È parte di noi. Lo ricordava anche, sempre puntale e graffiante, il profeta Pas-Connu nella tua intervista di qualche giorno fa, Willie: dobbiamo essere noi stessi per essere contro noi stessi.
Makal Lakam

Nessun commento: