giovedì, settembre 23, 2004
Échec et mat
…Dis-moi qu'un oiseau viendra me rassurer de son indifférence, tout va bien me dira-t-il, il est juste grand temps de pourrir…
-Mano Solo da « Dis-moi »
Ritornò a notte inoltrata, come d’abitudine in un sabato sera. Quando l’alcol distorce ancora i pensieri, è faticoso fare cinque piani di scale. Non per i cento scalini da scavalcare ma piuttosto per la pesantezza del corpo, la testa che volteggia, le risate soppresse ad ogni pausa. Girò la chiave nella serratura sperando che la madre non fosse sveglia ad aspettarlo, è difficile sostenere una seppur breve conversazione in uno stato simile. Dopo aver frugato nella borsa della madre alla ricerca di una sigaretta entrò in camera zigzagando da una parete all’altra. Aprì un contenitore per rullini e fece balzare l’ultimo pezzo di fumo. Preparò una cartina, un filtrino e iniziò a scaldare l’hashish. Mischiò la polverina marrone al tabacco di una sigaretta spezzata a metà e rollò la canna. L’estate era oramai arrivata e, di conseguenza, si sedette sulla sdraio in balcone per fumare in completa pace. Il brontolio dei rari motori, il gracchiare delle rane del torrente, la musica commerciale proveniente dai locali estivi, inizialmente attutiti dalla notte, pian piano si facevano spazio tra i pensieri. Mischiare alcol e cannabis fondamentalmente non provoca una piacevole sensazione e, come spesso succedeva, la ringhiera del balcone lo attraeva, l’asfalto e la forza di gravità lo richiamavano al nulla.
Rientrò al caldo, si tirò dietro la persiana, lasciò leggermente aperta la finestra, si assicurò che la bottiglia ai piedi del letto fosse sufficientemente provvista d’acqua. Si lasciò sprofondare nel materasso, si chiese se utilizzare o no il cuscino e si coprì del solo lenzuolo. Iniziò lentamente a massaggiarsi il pene nell’estrema voglia di un orgasmo. Ma prima che l’eccitamento fosse tangibile s’inginocchiò al lato del letto e rivolse le sue preghiere ad un dio che non esisteva. Si concentrò nel miglior modo possibile facendo uno sforzo nel pensare alle persone che avrebbe voluto proteggere, tra queste la ragazza che da diverso tempo amava. Lei aveva deciso di seguire un altro amore. Si distese nel letto non sicuro di aver utilizzato abbastanza energie mentali e si rese conto che il suo apparato digerente lo stava per tradire. Ma prima aveva un esigente bisogno di godere. Doveva essere un piacere lento, sofferto. Una masturbazione che avrebbe preso del tempo. Negli ultimi tempi il soggetto erotico più gettonato era la sua ex-ragazza, ma l’altro protagonista non era sé stesso bensì il nuovo compagno di lei. La sognò mentre lo corteggiava, lo eccitava mediante la sua biancheria più sensuale, mentre con le labbra ingoiava il suo membro, mentre veniva penetrata abilmente. L’orgasmo finale lo soddisfò, la liberazione erotica fu di suo gradimento.
Si alzò pigramente e a passi affrettati sconfinò nel bagno e s’inginocchiò un’altra volta, in questa, però, si mise a pregare il dio di porcellana bianca affinché lo aiutasse ad espellere i demoni che risalivano l’esofago. Si sentiva meglio e si coricò nuovamente. Il sonno lo invadeva ma non c’era verso di addormentarsi. I gracidanti rumoreggiavano ancora mentre sguazzavano nel torrente e gli pareva di ascoltare l’invadere e ritirarsi del mare sugli scogli della foce. Poteva prendere un libro, inoltrarsi nell’Ecume des jours di Vian, ma sembrava quasi preferisse aspettare. Quando era più piccolo spesso sperava di non addormentarsi perché in tale maniera si sarebbe gustato maggiormente il tempo che lo separava da un’altra mattina scolastica. Ma non riusciva ad ingannarsi e si addormentava quasi immediatamente. Era convinto che chi ha la coscienza pulita non possa soffrire d’insonnia. Lui non aveva mai avuto problemi ad abbandonarsi alla morte temporanea, a parte negli ultimi tempi in cui i rimorsi pesavano sulla coscienza.
S’inoltrò in ricordi per uccidere il tempo, rimembranze piacevoli. Amava distorcere le immagini del passato, in esse comportarsi in maniera differente, pensava a cosa avrebbe potuto fare o dire, cosa avrebbe fatto o detto ora.
Dormì circa tre ore ma non era stanco al risveglio. In verità era la debolezza a renderlo bianco in viso, gli occhi giacevano infossati, la testa girava ancora leggermente e il sapore del dopo sbornia lo impossessava rendendogli impossibile bere del latte. Si versò un po’ di caffè nella tazza e provò a addentare un biscotto ma ebbe un conato di vomito. Era ora indeciso se accendersi una sigaretta o terminare il po’ di spinello lasciato la sera prima. Propese per il secondo, mettendo prima nello stereo “Les années sombres” di Mano Solo. Amava aumentare esponenzialmente la depressione con la musica, calcare sul dolore o presunto tale, affondare ancora più in una tristezza di cui non poteva conoscere l’esatta origine. A volte si giustificava con l’idea che in ogni persona esiste un vuoto provocato dalle esperienze precedenti. Ma questo vuoto prende forma aldilà delle delusioni coscienti. E' più un insieme di particolari che nelle relazioni sociali non si notano, attese non esplicite che vengono tradite. Esattamente come quando ti svegli di mattina, allegro, nel pomeriggio decidi di farti una passeggiata o vai appositamente da una persona che hai desiderio di incontrare e, di sera, senza che nulla di triste sia accaduto, una ferita si apre e ti senti perduto.
Avrebbe desiderato andare al mare. La giornata era meravigliosa, la domenica di fine giugno sognata da qualsiasi turista. In verità restò in casa. Continuò a non fare nulla di produttivo. Intervallava la lettura fumando sigarette. Sceglieva una canzone, si affacciava dalle persiane del balcone e accendeva una sigaretta. Guardava la strada e osservava gli automobilisti, non ancora abituati alla rotonda non da molto installata di fronte all’istituto d’igiene, rischiare svariati incidenti. E come in un film patetico immaginava scene della sua vita futura o rimuginava su dolori provocati a persone amate. Pensava ai tempi trascorsi all’università, a Bologna, alla donna che avrebbe voluto sposare, alla Francia e gli affetti dovuti abbandonare con promesse non mantenute. Pensava ai personaggi affascinanti che hanno cullato gli anni degli studi e che l’hanno fatto ricredere sul fatto che solo al cinema puoi imbatterti in un insieme folto di situazioni e protagonisti bizzarri. Non pensava alla noia del posto fisso in banca, all’affitto da pagare, al padre morto lentamente, alle promesse politiche di partiti sorridenti, agli anni in cui non disdegnava atti violenti contro le istituzioni.
La madre lo chiamò per il pranzo e con sollievo si accorse che un’altra mattinata era trascorsa. Non parlava molto con la donna che da bambino avrebbe voluto prendere in matrimonio. Si accontentò di mangiare frettolosamente quelle che un tempo furono le agognate lasagne della mamma, infastidito dal suono del televisore che piangeva l’eliminazione dell’Italia dagli europei.
Si preparò un’altra cannetta, convinto che così gli sarebbe passato anche il pomeriggio. Sicuramente dopo avrebbe rimpianto lo spreco del proprio tempo festivo in previsione di un’altra settimana in banca, ma in fondo si era convinto che fosse la società ad imporgli lo svago nei giorni di festa. Forse era solo una giustificazione all’apatia imperante, ma pensandoci...esisteva qualcosa di meglio da fare? Incominciò un piccolo viaggio disteso sul letto, scattò qualche fotografia dalla finestra magari sperando in qualche sua vicina di casa carina e svestita, fece due autoscatti e si fermò. Iniziò a pensare alla morte. Era un suo argomento fisso da diversi anni. Infine ipotizzò che la morte è una compagna fedele, sempre al proprio fianco. E’ la tipica amica di cui sei innamorato, ma con la quale non desideri fare un passo falso per non compromettere il rapporto. Inoltre hai paura che si rivelerà una relazione con tappe fisse come ne hai sempre vissuto e, allora, ti convinci che è meglio restare con il desiderio. Hai in ogni modo l’impressione che un giorno avverrà il contatto fisico perché entrambi lo desiderate, esiste un’attrazione non rivelata rimandata all’infinito per approfondire il piacere e allontanare il dolore o la paura. E non potendo prevedere il momento in cui le tue labbra si uniranno alle sue avrai solo delle sensazioni che te ne indicheranno la vicinanza. La paura deve scomparire perché, esattamente come il primo bacio con un nuovo amore, non ti renderai conto immediatamente dell’istante sublime, e dopo sarà facile abbandonarti alla dolcezza dell’unione. Dopo aver pensato a ciò si sentì quasi soddisfatto ed ebbe voglia di vedersi un film.
Ma prima, eccitato ancora dagli effetti del THC, decise di donarsi un piacere. Questa volta desiderò un orgasmo semplice, rapido. Non cercò foto o video particolari. Non pensò alla sua ex-ragazza e ai porno che, nella sua mente, girava con il nuovo compagno. Si accontentò di una masturbazione con come soggetto un rapporto sessuale con una ragazza che lo aveva sempre stimolato, una cara amica con la quale in passato avrebbe effettivamente potuto avere uno scambio fisico reale. Immaginò qualcosa di violento e fine a sé stesso, senza amore ma intenso. E durante questo viaggio erotico scelse anche il film che avrebbe riguardato: Pierrot le Fou.
Amava Jean-Paul Belmondo nei film di Godard. E amava ancor di più l’assenza di regole nei film del suo regista preferito. Guardare una sua opera lo affascinava quanto i tifosi inglesi o tedeschi che, dopo la sconfitta della propria nazionale, sfasciavano, buttavano all’aria qualsiasi ostacolo si trovasse sulla strada della loro follia. Lo descriveva come il "gesto anarchico" e il suo sogno era, nei momenti d’ubriachezza, a notte inoltrata, infrangere con l’automobile una vetrina di una banca. Entrandoci dentro, sventrandola appieno, e inserendo velocemente la retromarcia. Quasi si commuoveva meravigliato durante la visione dell’ultima scena del film. Pierrot, dopo aver ucciso la donna amata che lo ha tradito, si cinge di una miccia collegata ad una quantità enorme d’esplosivo e la accende senza dare importanza al gesto. Fa in tempo a rimproverarsi: “Non, quel con” ed esplode subitaneamente.
Dopodiché accese lo stereo e senza pensarci troppo mise “Tango del Murazzo” di Vinicio Capossela. Si chiese se avesse desiderio di una sigaretta. No, perché aveva intenzione di smettere di fumare, ma in ogni caso si diresse verso il balcone facendo scivolare in avanti le pantofole che, obbedienti, si disposero ordinate una di fianco all’altra. Il balcone era alto sì e no un metro, lo scavalcò con la gamba destra raggiunta meccanicamente sulla ringhiera dalla sinistra e si lasciò cadere.
...parte per sbaglio il colpo e fa, come un rumore di petardo
nel festino s’alza lento il volo del grande tacchino
chiude gli occhi e s’avvicina, sempre più vicina
l’ombra lo copre sull’asfalto senza fiato.
-Vinicio Capossela da “Tango del Murazzo”
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